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Scrittori

Ancora Pasolini?

a cura di Angelo Favaro

Ancora Pasolini?

Angelo Favaro

Ogni anno, il 2 novembre, come un rito indimenticabile, torna l’evocazione e l’invocazione a Pier Paolo Pasolini. Ogni anno vedove/vedovi di Pasolini lagrimanti levano la lamentazione per la morte e per la mancata verità sull’omicidio, per il bisogno di un polemista e di un intellettuale, di uno scrittore e di un poeta come Pasolini. Adesso basta!

In una intervista, a colui che chiedeva che senso avesse scrivere, Pasolini rispondeva, sottolineando “l’assoluto non senso dell’essere scrittore”, «Senso? Nessuno. Mi sembra una cosa completamente priva di senso. Io continuo a essere scrittore per forza di inerzia, per abitudine. Ho cominciato a scrivere poesie a sette anni e mezzo, e non mi sono chiesto per quale ragione lo facessi. Ho continuato a scrivere per tutta l’infanzia e per tutta l’adolescenza, ed eccomi qui a scrivere ancora, quindi, l’unico senso possibile è un senso esistenzialistico. Cioè l’abitudine a esprimersi, così come si ha l’abitudine di mangiare, di dormire. I limiti sono quelli linguistici. Cioè io come scrittore italiano sono molto limitato. […]». E con ciò Pasolini non intendeva dire che scrivere non “servisse” a nulla, ma soltanto (sembra di ascoltare Moravia) che come tutte le cose che contano davvero nella vita non vi è un solo e specifico significato per il quale si agiscono.

Semplicemente, e non è affatto una questione semplice, di Pier Paolo Pasolini quel che più conta è il pensiero che si traduce in scrittura. Non tutto quel che egli dice o scrive è perfettamente accettabile (ma non lo è nemmeno nei Vangeli), non tutto è comprensibile, il dirsi e contraddirsi (ed oggi è una moda o una prassi la trattazione che si trasforma in ritrattazione) producono uno sgradevole senso di narcisistico e confuso blaterare. Tuttavia, molto di quel che egli scrive e dice (anche e soprattutto nei suoi film) è necessario.

Penso a una stravagante intervista di Enzo Biagi, rileggiamola:

Chi sono le persone che ama di più?
«Quelle che, se è possibile, non hanno fatto neanche la quarta elementare, e sono assolutamente semplici, non lo dico per enfasi: lo dico perché la cultura piccolo-borghese, almeno da noi, ma forse anche in Francia e in Spagna, è qualcosa che porta sempre a delle corruzioni, a impurezze».

Dacia Maraini ha scritto che l’angoscia è il suo stato naturale. Da che cosa deriva?
«Mah, dai soliti traumi infantili. Può essere tipico l’eccessivo amore per mia madre, la rimozione della figura del padre nei primi anni di età, l’incomprensione tra i miei genitori, non la mancanza di affetto, perché si amavano, ma non si capivano, questa tragedia che ha provocato in me la tendenza a una forma di nevrosi da angoscia, che però non si è mai esplicata. Ė stata, semplicemente, un elemento sentimentale. Per questo, per me lo scrivere è soprattutto raggiungere un equilibrio».

Non teme la vecchiaia?
«Anzi. Con l’avanzare dell’età cala il futuro, calando il futuro calano i problemi, e quindi si è più allegri».

Ha paura della morte?
«Ne ho avuta molta a vent’anni. Ma era giusto, perché allora, intorno a me, venivano uccisi dei giovani, venivano uncinati. Adesso non l’ho più».

A proposito: c’è una sua definizione degli appartenenti al Movimento studentesco piuttosto aspra: «Imberbi coronati di barba». E durante un dibattito ha detto: «Siete figli di papà e io vi odio come odio i vostri padri».
«Sì, lo ripeto; ma questo non riguarda i movimenti extraparlamentari, e i gruppi avanzati, ideologicamente carichi di tensione, come Lotta continua e Potere operaio: riguarda la massa amorfa degli studenti».

(La Stampa 27/07/1971 – numero 172 pagina 3)

Graffiante e quasi duramente cinico nelle risposte, ma è solo un aspetto di una personalità complessa e molto ricca.
Ancora Pasolini?
Forse … è comunque il caso di dirlo chiaramente, nonostante l’infausta ricorrenza della sua morte, c’è ancora la necessità di continuare a leggere i suoi brutti romanzi, di vedere i suoi film difficili e certamente dalle riprese non canoniche, di ripassare (a memoria) i suoi versi mescidati di lirismo e sociologia, di scorrere i suoi articoli giornalistici e gli scritti polemici. Ecco, non è il caso di parlare di lui, ma di far vivere nelle aule scolastiche e universitarie, nelle discussioni, nella politica la sua voce, questo serve davvero. In un momento di rigurgito di fascismi e di paure fomentate sul pianeta, pensare con Pasolini e attraverso la sua multiforme Opera costituisce una risorsa solida e un supporto intellettuale imprescindibile.

Leggere, leggere, leggere Pasolini!

«Io penso che scandalizzare sia un diritto, essere scandalizzati un piacere, e chi rifiuta di essere scandalizzato è un moralista, il cosiddetto moralista»: quasi le ultime parole del poeta delle Ceneri di Gramsci, nella sua ultima intervista (1975) a Furio Colombo.
Oggi Pasolini … per provocare con l’intelligenza e scandalizzare con la rivelazione di cosa si cela sotto l’ipocrisia, e provare il piacere dello scandalo.
Ancora Pasolini?
Sì!

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Post scriptum…

Dal documentario “COMIZI D’AMORE” (1963)

PASOLINI – Sono reduce da un mondo di scandalizzati. Tu, Moravia, ti scandalizzi o no?
MORAVIA – No, mai, assolutamente mai, l’unica… Insomma, potrei dire che mi scandalizza la stupidità, ma poi non è vero neanche. Io penso che bisogna sempre cercare di capire, che c’è sempre possibilità concreta di capire le cose, e le cose che si capiscono non scandalizzano. Tutt’al più vanno, vanno riferite ad un giudizio, e il giudizio è legittimo, non lo scandalo.
PASOLINI – Senti, ma tu riesci a immaginare, a concepire, a raffigurare dentro di te il fenomeno dello scandalizzarsi?
MORAVIA – La persona che si scandalizza, il personaggio che si scandalizza è il personaggio che vede qualche cosa di diverso da se stesso e al tempo stesso di minaccioso per se stesso; cioè non soltanto è una cosa diversa, ma minaccia la propria persona, sia fisicamente, sia nel senso dell’immagine che questa persona si fa di se stesso. Lo scandalo, in fondo, è una paura di perdere la propria personalità, è una paura primitiva.
PASOLINI – In conclusione, chi si scandalizza è psicologicamente incerto, cioè praticamente un conformista.
MORAVIA – Effettivamente è vero. La persona che si scandalizza è una persona profondamente incerta.
MUSATTI – Le opinioni relative alla vita sessuale hanno una determinata funzione difensiva, per la gente, e cioè il ritenere che le cose debbano essere in una determinata maniera conformemente a certe convenzioni, a certe istituzioni, ha una sua funzione psicologica; difende, per esempio, da quello che è l’aggressione… dei propri impulsi istintivi. Ora noi abbiamo paura della nostra istintività e ce ne difendiamo precisamente con… con queste forme di conformismo…
PASOLINI – Lo scandalo come elemento dell’istinto di conservazione, dunque. Tu cosa diresti, Moravia, per concludere?
MORAVIA – Ecco, io direi questo, che una credenza che sia stata conquistata con la ragione e con un esatto esame della realtà è abbastanza elastica per non scandalizzarsi mai… Se invece è una credenza ricevuta senza una analisi seria delle ragioni per cui è stata ricevuta, accettata, sì, per tradizione, per pigrizia, per educazione passiva è… un conformismo… .
PASOLINI – Il conformismo, insomma, come testarda certezza degli incerti.

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Ndr: e qui trovate altri articoli del prof. Favaro su Pasolini:

Il commento al film di Abel Ferrara

Intervista su Pasolini poeta, regista, narratore, corsaro

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