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Scrittori

Arbasìn perché sei morto?

a cura di Angelo Favaro

Arbasìn perché sei morto? Qualcosa che vorrei dire su un Alberto molto speciale

Angelo Fàvaro

Non sarebbe, probabilmente, dispiaciuto ad Alberto Arbasino, scomparso esattamente un mese fa – il 22 marzo 2020 -che il suo cognome fosse associato al celebre motivetto del Trio Lescano, quello che accompagnava Maria Jottini. Lo si può ancora ascoltare nella ormai gracchiante, ma originale incisione del giugno 1939, registrata a Torino, nelle edizioni Melodi, per l’esecuzione dell’orchestra Cetra. Già… il 1939, quando (i due Mario) Panzeri e Consiglio scrissero la canzone… quel1939, il medesimo anno della morte di Costanzo Ciano: al regime era parso che compositori ed esecutori della canzonetta giocassero nel campo dei sordidi antifascisti. «Maramao, perché sei morto? Pane e vin non ti mancava, l’insalata avevi all’orto»: la gattesca allusione, ricorda inoltre Brancati, in un celebre passaggio del pamphlet Ritorno alla censura (premesso alla pubblicazione del suo testo teatrale La governate -1952-),rimonterebbe al 1831, ovvero alla vicenda di unostorpiocenciaiolo romano che cantava alludendo alla recente morte del papa e perciò fu arrestato. Il nome Maramao richiama poi il “Mara maje”, ovvero “Amara me”, cioè “povero me” in un canto abruzzese; ma potrebbe anche essere desunto da una storpiatura del detto di Francesco Ferrucci, inerme e ormai prigioniero, che stava per essere ferocemente ucciso da Fabrizio Maramaldo, sui monti pistoiesi: «Maramaldo, tu uccidi un uomo morto!»

Giochi e richiami linguistici e della civiltà italiana che in rimandi infiniti sono anche una cifra della scrittura di Arbasino, il quale aveva direttamente evocato il motivetto in una lunga e vertiginosamente classificatoria lista, come avrebbe detto il suo amico Umberto Eco. Nelle Piccole vacanze, raccolta di racconti d’esordio, del 1957 (annusmirabilis della Letteratura italiana per le Opere ineguagliate e ineguagliabili che videro la luce ibidem, e forse ne scriverò in altra occasione) leggiamo: «“Maramao perché sei morto?”, gheppi, greppi, lucci, libecci, buccine, balestrucci falòtici, “Polvere di stelle”, “Tristezze di San Luigi” (ovvero “St-Louis Blues”), “Tiremminnanz, bagài”, “Check to check”, “Noi siamo quelli dello chi-chic”». Ma ancora canticchiandolo, forse nuovamente, era tornato a citare il motivetto, con un sapido minestrone di sublime-cultissimo-medio-popolare (molto avrebbe deliziato ancora l’amico del Nome della rosa) nell’Ingegnere in blu (2008), nuova e ultima raccolta di omaggi e interviste all’amato Gadda: «Però, anche l’accortezza operistica della Sacra Bibbia, col “Mane, Thekel, Phares” sulle pareti di Baldassarre, fra una Salomè e una Dalila porcellone può volentieri proporre un devastante avant-goût dei graffitisti della “mela stregata”, nella “Brianza magica”, con un rossetto grasso da tabaccaio, basterebbe “Sento l’orma dei passi spietati”, o anche “Pippo non lo sa”, oltre agli infallibili “Maramao perché sei morto” e “Il vecchio Silva stendere”?»

La tentazione di scrivere di Arbasino all’indomani della sua morte è stata troppo forte in molti suoi esperti e amici, in molti suoi lettori e studiosi, ma mi sono ben guardato dallo stendere un orrido coccodrillo, e dal vampirizzare l’Alberto che aveva coniato quel sintagma insuperato e celeberrimo della “casalinga di Voghera”; lui che di Voghera era dalla nascita, nel 1930. Non ho voluto scriverne che dopo un mese per due ragioni: in primo luogo, perché avevo necessità di lasciar svanire il chiacchiericcio e il brusio di arcinoti contemporanei che hanno salutato il novantenne “illuminista”,

dalla inossidabile “passione civile”, che come ha rimarcato Mattarella:«è stato uno scrittore di grandi qualità e creatività, un romanziere innovatore, un uomo di cultura poliedrico, tra i motori del Gruppo 63.» E quell’anima poliedricafantastichiamo che ci osservi-ascolti dall’alto di una nuvola glaucoaurata sbuffare già annoiato all’udire che: «L’Italia si è arricchita del suo talento e la cultura ne farà tesoro.»; o secondo il Verbo del ministro dei beni culturali, che è stato: «autore prolifico, intellettuale anticonformista, scrittore sperimentale» e che «con il suo genio ha illuminato la cultura italiana e non solo.» L’elegante ultimo dandy Alberto, coltissimo, nutrito di classicità e studi giuridici internazionali, ammalato di mondanità e girovago fra teatri, mostre, aste, cabaret, strade, librerie, postriboli, a Milano, Roma, Parigi, Londra, New York… mondano, esattamente perché in giro per il mondo si forma la sua aplomb intellettuale e da ambasciatore di squisitezze e trouvailleKitsch.

«Uno dei modi attraverso i quali si è superata o doppiata la sua stagione immediatamente a ridosso degli esordi» scrive Raffaele Manica, nell’Introduzione al doppio Meridiano – omaggio in vita all’autore -, «è anche quello delle citazioni, inserendo nel tessuto narrativo fili tratti da altrui tessuti» (p. LXX): così come l’apprendistato su riviste e giornali (Illustrazione italiana, Officina, Paragone, Il Mondo, Nuovi Argomenti, Corriere della Sera etc.), le sue letture molteplici e infinite, al punto che sembra esser vissuto in una biblioteca di Babele, confluiscono nella sua multiforme produzione letteraria. Scorrendo pagina dopo pagina i quasi cinquanta volumi, fra interventi, traduzioni, saggi, romanzi e racconti – scritti e riscritti dagli anni Cinquanta fino a Ritratti e immagini (2016), lo smarrimento che si prova è causato dalla percezione che Arbasino abbia letto tutto, sia stato ovunque, abbia conosciuto tutti coloro che contavano nel secolo scorso e in questo: la cifra è quella della sovrabbondanza debordante, dell’accumulo scomposto, della stratificazione.

E già nelle Piccole vacanze c’è tutto Arbasino: quello della scrittura brillante, ipnotica e ammaliante, della narrazione che una fluidità e un ritmo conversevoli, quasi da pettegolezzo culto e accademico, quello dove l’epos del pettegolezzo e della diceria assurge a genere inesplorato e al contempo inconsumabile; da Distesa estate alla vicenda surreale, con evidenti risvolti autobiografici, di Giorgio contro Luciano, fino al Racconto di Capodannoassistiamo al dispiegarsi di un vatismo della provincia italiana o più precisamente di un’Italia che è tutta una provincia, anche in trasferta a Cannes: quel che più conta è l’impossibilità di distinguere l’affermazione sincera, l’esperienza provata sulla propria pelle dal lusus piacevole e sperimentale postbellico. Da Città Melo al platano di Ada Negri, passando per il GrandHôtel, dalle cavalcate al viaggio in Inghilterra, dal tennis dei Romano all’automobile della mamma in tailleur di seta… è già tutto in ordine l’apparato di esperienze che si arricchiranno di personaggi e di storie, ma non di quel gusto fra dannunziano e wildiano del paradosso e della malinconica perdita di un tempo, che è sempre perduto a fare qualcosa per il piacere di ricordare d’averla fatta. «Le salvie della zia Laura cresciute macchiavano l’ora blu delle confidenze»: con andamento gozzaniano riesce, talvolta nella sua Distesa estate, titolo che in fondo è l’auspicio e la nemesi di tutta una vita, anche a evocare immagini di un lirismo autentico; così come la spietatezza di Giorgio, che ha scaricato il «bravissimo bambolone, ma [che] in ultima analisi sa di poco, è e rimane un po’ limitato e sarebbe difficile farlo diventare qualcuno», ci riporta ad una realtà quasi balzacchiana, dove i personaggi sono persone prese dal vero. I riti borghesi sono filtrati dalla corrosiva intelligenza di chi sa che si può scrivere in modo persuasivo solo di ciò che si conosce, secondo la lezione moraviana, e se si conosce molto, allora quel coagulo di esperienze, commercio col mondo, incontri e scontri, conversazioni diventano materiale per una prosa inanellata e che si inanella su sé stessa. È sempre un io-sé che parla, scrive e si espone, che abbia o meno il volto e il tono di voce di Arbasino poco importa, quel che invece lascia stupefatti è la variazione in un proliferare di infiniti registri e generi (racconto, romanzo, diario, teatro, musica, cinema, poema-poesia, chiacchiera per la via, lectio magistralis, critica sociologica-d’arte-di costume-letteraria, reportage, conversazione radiofonica, cabaret, opera e operetta…e chi più ne conosce più ne ritroverà).

La lingua-cumulo di Arbasino si riproduce infinitamente: ricordo l’evento della conferenza-poema del maestro in Normale. Era il 16 novembre del 2001: Salvatore Settis, per i Venerdì del Direttore, invita Alberto Arbasino ad interpretare alcuni passaggi del suo volume-poema-musical appena pubblicato:Rap. Il fluviale poeta “neoprovocativo” esagera e si diffonde in nomi e situazioni storiche e del presente in un delirante e scintillante rap. E anche in questo libro torna il Trio Lescano. Arbasino non è un nostalgico, per sua dichiarazione; invece è uno che cerca di effettuare inventari e depositi da personali e comuni rievocazioni.

Non possiamo dimenticare il Gruppo 63, di cui Arbasino fu animatore e promotore, e proprio in quel 1963 anche il racconto (1960) sul «Mondo» diventa film, trasposto in romanzo nel 1972:La bella di Lodi. Sperimentazione e commedia nell’Italia del Boom economico, fra realismo e cinismo, ma anche avventura on the road linguistico e ludico, dove la buona e faccendiera borghesia lombarda si incarna in Roberta innamorata di Franco. Non è l’Arbasino più libero e alla ricerca di nuovi moduli narrativi, ma è invece l’Arbasino che racconta la nuova Italia, quella florida e dell’Autostrada del sole, delle vacanze a Montecarlo e della pratica dello shopping.Eccola la prosa conversevole e ciarliera di Alberto: «La nostra amica, Roberta, lo chiama volentieri con tutti i nomi dei ragazzi fotografati su “Paris-Match” perché somiglia tantissimo a tutte le loro foto a colori: stessi capelli, stessi occhi, sorriso uguale (e lui, magari per via degli occhi, provava ugualmente a chiamarla con qualche nome d’attrice, ma è una sciocchezza, lei non voleva, e ha smesso: non somiglia realmente a nessuna, poi). Ma le confidenze che loro due si fanno, sono veramente su tutto: tanto vero che nessuno dei due fa mai l’amore senza poi andar subito a riferir tutto all’altro, dicendo soldi ai soldi e cazzo al cazzo.»Ops ha detto “cazzo”?

E il racconto, più ancora del film o del romanzo, prelude al capolavoro Fratelli d’Italia: romanzo monstrum, opera mondo, che verrà riscritto per ben tre volte, dal 1963 al 1993, per narrare l’avventura umana di due nuovi personaggi da Satyricon che decidono di aggirarsi in un’Italia luna park, fra le nevrosi del Boom economico e l’illusione della leggerezza-giovinezza perpetua, un’estate che sembra o si vorrebbe infinita per Antonio e l’Elefante, in grand tour per l’Italia e l’Europa. Libro dei libri di Arbasino come dimostra poi la pubblicazione di Certi romanzi, da leggersi à-côtédeFratelli d’Italia.

E proprio su Certi romanzi osservava, l’anno di pubblicazione di questo assurdo coacervo di giudizi e note di lettura, stralci da rotocalchi e trascrizioni di prefazioni o note a margine, Arrigo Benedetti: «In Certi romanzi, il sospetto che tra le centinaia di nomi citati ve ne siano di falsi, è irresistibile. Quasi s’approva che l’autore mistifichi i lettori, prevenendo il tiro che potrebbero fargli i colleghi inventando magari un critico conosciutissimo a Cambridge, Mass. e, — che vergogna, — ignorato da Cassola. Eppure lo sfoggio di informazioni cosmopolite ha una giustificazione. Quello che per noi fu salotto Bellonci, e oggi sono i salottini di Canova, per Arbasino è lo spazio tra gli Urali e le Montagne Rocciose, via ovest. Erede di Casanova, di Bianconi, e dei viaggiatori settecenteschi, da cui trasse gli sfondi per Fratelli d’Italia, nei classici Ricciardi, frequenta il mondo. Quando porta gli amici a cena da Ranieri, gli mette contro magari Schlesinger, Kissinger, storiografi, strateghi, consiglieri di presidenti, colleghi suoi (egli è assistente di diritto internazionale ) […].Vivono ai margini d’un mondo fantastico, in cui invece si muovono, agevolmente il dottor Johnson e il dottor Leavis, Flaubert e Viktor Shlovskij, Coleridge e Musil, Plutarco e Blanchot, infine Luchino Visconti, Gramigna, Moravia, Starobinski, i Finzi Contini, Bube, Charlus, Butor, Lévi-Strauss… Non ci si lasci distrarre dal moralista odiatore del decennio di De Gasperi, fustigatore dei critici dimezzati che lavorano per le case editrici e scrivono per i quotidiani. E neanche ci porti fuori strada il critico. Anche se dice cose talvolta accettabili, critico non lo è.» (La Stampa, 2.12.1964).

Non posso non ricordare, in questo momento, come la lettura di Super Eliogalo o de La narcisata, o ancora de Il principe costante, insieme ad alcuni saggi fra i quali Sessanta posizioni, Un paese senza, Il meraviglioso, anzi,Dall’Ellade a Bisanzio e da ultimo Ritratti italiani siano stati fra le opere che hanno occupato le mie ore con una piacevolezza inusitata e mista di leggerezza e consapevolezza, ore che non ritorneranno, e gelosamente celo fra le più stregate. Sì, Arbasino è capace di donare ore stregate.

In fondo il moralista Alberto è un moralista molto speciale, come indicava l’invito a fare una “gita a Chiasso”, che rimane un’esortazione alla sprovincializzazione: «Con quell’invito a recarsi a Chiasso mi limitavo alla fine degli Anni 50 a stilare un nutrito elenco di titoli stranieri degli Anni 10, 20 e 30 che, se fossero stati utilmente tradotti, letti e assimilati dopo il ’45, ci avrebbero risparmiato la noia e la vanità dei dibattiti che stavano ammorbando la letteratura di quel periodo.»Esatto, pungente e dolente: così come il suo impegno civile nel raccontare giorno per giorno l’Italia della prigionia di Moro in Questo Stato, o poco dopo nel descrivere una mutazione antropologica: quella della Vita bassa.

E tanto, tanto altro ci sarebbe da raccontare su questo Alberto molto speciale, che è morto il 22 marzo 2020, ma sarebbero necessarie alcune puntate, che vedremo, se la bontà della Redazione lo consentirà, donerò ai lettori e agli amici; è venuto il momento di prender congedo, provando a canticchiare il motivetto che ci ha accompagnato, come sottofondo beffardo e un pochino nostalgico, “Arbasìn perché sei morto…”, e canticchiando riflettere su un fatto: oggi, in Italia, ma nemmeno in Europa, si potrebbe trovare un intellettuale, uno scrittore, un poeta e un fine narratore di vizi, molti, e virtù, centellinate, di questa nostra civiltà.

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