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Scrittori

Cinque domande a Carlo A. Martigli, a proposito de “La follia di Adolfo”

a cura di Bruno Elpis

D – Dunque quella A puntata nel tuo nome sta per Adolfo…
R – Sì, confesso. È come una nemesi. Per tradizione di famiglia ci doveva essere un Adolfo ogni due generazioni. Toccava a me, ma per fortuna mia madre impose prima il nome Carlo. La memoria di quell’Adolfo con i baffetti non era ancora passata quando sono nato. Comunque il mio codice fiscale inizia proprio con mrtcld… Adolfo è dentro.   

D – Quali sono le fonti di questo romanzo? La ricerca araldica o la tradizione orale tramandata di padre in figlio?
R – Sono diverse. Alcune riguardano scritti e documenti, come le ricette di Finimola e alcuni ritagli di giornale conservati dal mio bisnonno. Altre sono racconti e leggende di famiglia tramandate di nonno in padre e in figlio (io). Non a caso a mia volta ho dedicato questo romanzo ai miei figli, in modo che conoscano le vicende dei loro avi.    

D – E la rivalità tra Pisa e Livorno, a cosa risale? Come viene vissuta oggigiorno? Come interpreti la tua origine toscana, oltre che nell’abilità espressiva? E, in cucina, utilizzi le ricette di Finimola?
R – Una risposta alla volta. La rivalità tra Pisa e Livorno è colpa storica di Firenze. Stufo dei tradimenti di Pisa il Granduca Ferdinando aiutò l’Arno a interrare il porto di Pisa per evitare che recuperasse la sua antica potenza e al contempo sviluppò quello di Livorno, con uno speciale editto. Tutti quelli che avevano una fedina penale sporca, se accettavano di trasferirsi a Livorno per popolarla, all’interno delle sue mura, diventavano candidi come gigli. Così Pisa snobbava Livorno e quest’ultima si faceva beffe di Pisa. Oggi la si vive così, come contendenti moderni di un’antica faida di cui non si sanno le ragioni. Io non vivo – per risponderti – la mia toscanità: io sono toscano e anche l’abilità espressiva (ti ringrazio) fa parte della mia lingua, delle mie tradizioni e delle mie continua letture che coltivo fin da bambino. Si dice imparare a leggere e a scrivere, nel senso che prima occorre leggere e poi scrivere, nel caso. Infine, per le ricette di Finimola, quelle che non riesco a cucinare, me le faccio fare da una cuoca amica, un vero genio. Una che si metterebbe nel taschino i vari Bastianich e Cracco, parola mia.  

D – La tua simpatia per Adolfo è evidente. Possibile che tu parteggi per la venatura un po’ folle della tua famiglia?
R – Si può anche odiare Adolfo, ma impossibile averlo antipatico. La sua follia infine non era malvagia, ma fu spesso travolta dagli eventi e dalle sue passioni amorose. Alla fine, tra alti e bassi, ha vissuto una vita come pochi, se l’è goduta ma ha anche pagato le sue scelte. Preferisco, è vero, i suoi alti e bassi, alla mediocrità impeccabile del normotipo borghese, e se dalle stelle ha condotto la famiglia nelle stalle, vuol dire che proprio nelle stelle era scritto così.   

D – Adesso possiedi veramente lo stemma dei Martigli (ndr: si veda l’articolo oggi pubblicato: http://www.i-libri.com/storia-e-curiosita-sul-libro/lo-stemma-dei-martigli-lo-scoop-di-i-libri-com/ )?
R – Certamente, e con grande gioia e soddisfazione. Rifarei tutto quello che ho fatto per averlo. E lo conservo gelosamente, appeso in casa, con i suoi artigli dorati, i suoi lambelli, le sue torri interzate e l’elmo corona. Valore economico zero, ma infinita tenerezza e dolce nostalgia. Quella stessa che ho cercato di trasmettere nella Follia di Adolfo.

Parlare con Carlo è sempre piacevole (e istruttivo!): le sue parole trasudano amore per la storia e per le radici, oltre che grande affetto per la famiglia… Grazie Carlo, alla prossima!

Bruno Elpis

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