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Scrittori

Cinque domande a Gaia Conventi

a cura di Bruno Elpis

Cinque domande a Gaia Conventi (e una bambola per ogni domanda)

Dopo aver commentato il romanzo “D’argine al male” (cliccando qui trovate il nostro articolo), ne parliamo con l’autrice…

D – Perché l’horror ci attrae? Che risposta ti sei data a questa domanda? È stato terapeutico, per le tue paure, scriverne? Oppure non hai paure?
R – Partiamo con un complimento al recensore, così ti spiazzo. Io invidio voi recensori – voi recensori bravi, intendo – che nei libri ci vedete un sacco di cose interessanti. E intelligenti. Fate fare bella figura persino a un artigiano del giallo, e io sono quella roba lì.
Detto questo, avanti con le risposte, qui per farle sembrare intelligenti dovrò metterci del mio.
Immagino che l’horror ci smuova l’adrenalina da scampato pericolo, l’insano piacere di sbirciare il male quando il male è quello degli altri. Un fattaccio tipicamente umano, una questione legata alla sopravvivenza e alla caccia al mammut. Sì, insomma, non è un sollazzo che abbiamo inventato con la saga di “Venerdì 13”.
A essere sincera, scrivere questo libro è stata una faticaccia, mi è venuta la gastrite. Avevo la gastrite ma ero contenta perché sentivo – a pelle e a pancia – che il libro stava riuscendo bene. E se qualcuno dice che i libri si scrivono da soli, be’, ditegli che voglio fumare la roba che fuma lui.
Dunque scrivere questo libro è risultato terapeutico solo alla parola “fine”, a quel punto è stato come uscire dalla sauna. E tieni conto che la mia pressione bassa me la sconsiglia.
Per quanto riguarda le mie paure, non ne avessi sembrerei antipatica. Più antipatica di così. Insomma, c’è un limite a tutto!
Ho certamente diverse e strambe paure, ciò che temo di più è la noia. La noia è la morte che ti entra in casa come uno squatter silenzioso, dorme nel tuo letto e alla fin fine diventa uno di famiglia. La noia è davvero una brutta bestia.

D – Adesso però ci devi dire la verità: confessa che ti piace ancora giocare con le bambole… certe tue fotografie non mentono!
R – Ricordo d’aver giocato con le Barbie, ma ho sempre odiato le bambole. Questione di senso materno, faccenda che mi è aliena. Ma giocavo a Barbie, poi le decapitavo e le sotterravo sotto la siepe. Già, la siepe me la sono portata appresso nel romanzo.
Non so se piantare Barbie in giardino sia un disturbo da curare, vorrei però tranquillizzare tutti: ho smesso con questo hobby. Le bambole mi piacciono in foto, adoro fotografare quelle dei mercatini, sono inquietanti. E ciò che inquieta sa rendersi stuzzicante.

D – Hai più paura dei topi o della morte? Come medichi o esorcizzi le tue paure (ci aspettiamo consigli!)?
R – Be’, non amo i topi ma non sono quella che salta sulla sedia se ne scorge uno. Di solito tocca a me stanare l’ospite, con una ciabatta. Quella di mio marito. Io ho il piede piccolo e dunque un armamento non adeguato.
Per quanto riguarda la morte, sono dotata di un umorismo nero – il nero slancia e sta bene su tutto – che mi permette di tenere botta: sulla morte scherzo spesso, forse perché la morte è una grande professionista e raramente i manager perdono tempo con noi che facciamo satira. Arriverà il mio momento e me ne andrò ridendo, fosse pure per colpa di una paresi. Giusto per non dare certe soddisfazioni alla Signora, ecco.
E quindi qui sta il mio metodo per esorcizzare paure, malumore, oroscopo scriteriato, status cretini su Facebook… io ci rido su. Da sola o in compagnia, spesso con una battuta in ferrarese. Rido anche in solitaria, come i matti. Per cui ho grande rispetto.

D – Nel comporre “D’argine al male” ti sei ispirata alla mamma di Psyco del film di Hitchcock? E circa i cenni al manicomio infantile di Aguscello, hai svolto qualche approfondimento su questa struttura? Hai qualche storia da raccontarci?
R – Eh, mi chiedi cose difficili. Non so da dove arrivi l’ispirazione. L’ispirazione è come l’eredità dello zio d’America: ti svegli una mattina e scopri d’avere il portafoglio gonfio, ma nemmeno sai che faccia aveva quel munifico parente.
Credo tuttavia che la mamma che ho preso a modello non sia arrivata dal cinema, immagino d’aver voluto spiegare certe dinamiche familiari e una madre simile era la chiave di volta. Perfetta. A incastro.
Per quanto riguarda l’ospedale infantile d’Aguscello, che esiste e resiste – finché l’incuria non riuscirà ad abbatterne i muri –, mi sono documentata online. Mi attirano le immagini che si scovano sul web, e tu sai che io ho l’occhio del fotografo. Fotografo sportivo, certo, ma non sono orba per tutto il resto.
Di Aguscello si racconta spesso la strana e temibile vicenda della giostrina, quella che gira da sola. Ok, ok… pare che non sia esattamente in piano e che la minima pendenza le permetta di assumere quel tanto di velocità per cui… ehi, basta così, a me Fisica già scocciava farla allo Scientifico. Comunque ci siamo capiti, anche se l’idea che la giostrina sia mossa da qualche anima inquieta è molto più affascinante.

 D – La tecnica narrativa del romanzo è particolare e ben si attaglia alla follia dei protagonisti. La storia si definisce nel corso delle pagine, ma sembra fuoriuscire da un magma o da una creta informe che si plasma e si precisa nei particolari. Il lettore è continuamente provocato a formulare ipotesi e congetture per razionalizzare… E la tua ironia, questa volta, è soltanto in controluce. Come giudichi questa esperienza nel genere horror?
R – Devo ammettere di aver valutato attentamente il numero dei capitoli – dodici – e la loro lunghezza. Tutti i capitoli hanno sempre più o meno lo stesso numero di battute e sono dodici per una questione di numerologia. Credo alla numerologia? No, per niente, ma mi occorreva che la stesura – il testo, la parte fisica del libro – fosse precisa, rassicurante, priva di ambiguità. Il dodici in numerologia è la trasformazione, i lettori di “D’argine al male” capiranno cosa intendo dire. Mi occorreva un Mare della tranquillità in cui far strisciare gli incubi, dunque senza asperità e agevolandone i movimenti.
Poi, com’è ovvio per chi intende scrivere un giallo, ho cercato di creare la giusta suspense, anche infilando nella testa di chi legge un tono di voce quasi privo di inflessioni: l’insana normalità di una vita folle. Il lettore deve cominciare a chiedersi se il matto non abbia ragione e se, chissà, le sue ragioni assolutamente pazzoidi non abbiano qualche valore. È lo sconcerto d’entrare nella testa altrui. Perché non è dei topi che bisogna avere paura!
Come trovo questa incursione nell’horror? Pazzesca. Faticosa. Per quanto io abbia scritto altro – molti racconti, soprattutto – dal taglio mistery, con venature sanguinolente, con personaggi ambigui… insomma, tutta quella roba per cui a mio marito ancora chiedono “Ma ti fidi a dormirle accanto?”, in questo romanzo – volutamente breve, senza fuffa – ci ho messo l’anima e la gastrite. Volevo farne un buon prodotto, volevo dirmi che dopo anni di gialli comici non avevo perso la capacità di spaventare donne e bambini. Prima donne e bambini!, come in ogni elegante naufragio: sono un gentiluomo.

Ciao a tutti!

Gaia & Bruno

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