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Scrittori

Cinque domande a Marcia Theophilo

a cura di Ilaria Spes

Cinque domande a Marcia Theophilo

D – Ogni parola un essere (ndr: cliccate sul titolo per leggere il nostro commento alla silloge poetica di Marcia Theophilo). Le creature che vengono sbozzate dai tuoi versi sono animali, piante, frutti, fiori, e anche fiumi. La tua poesia riconduce a unità la diversità ecologica e compie questo miracolo per risvegliare le coscienze e sensibilizzarle contro i pericoli dell’inquinamento, della guerra, dell’autodistruzione.  Quando ti sei accorta di avere la poesia nel sangue?
R – Io dico che il poeta è l’infanzia. La mia infanzia è stata piena di spazi immensi, di grandi alberi, di colori sgargianti dei fiori e dei frutti e tutto questo è la mia poesia.
La sfera emotiva mi ha sempre interessata. Ho cominciato a scrivere le prime poesie a tredici anni ispirata dai racconti della mia nonna paterna, che è stata la prima persona che mi ha raccontato i miti, le grandi visioni del fiume, le voci del vento, le metamorfosi della luna, le storie delle sirene e del folletti, mettendomi a contatto con la polifonia delle voci e dei suoni della natura, dove gli animali, gli alberi, i fiori erano personaggi che sapevano comunicare fra di loro e con gli umani. Era una grande matriarca india che raccontava storie.

D – Partendo da una citazione di Orazio (“Aut prodesse volunt aut delectare poetae”, i poeti vogliono o giovare o dilettare) qual è la tua concezione poetica? La felicità è rileggere i tuoi versi e specchiarti nella loro bellezza, sapere che il tuo messaggio ha raggiunto altri uomini oppure…?
R – Questi sono anni incandescenti, di grandi cambiamenti. A me interessava il problema degli indios. Volevo capire a fondo la loro umanità così pura all’origine e per questo minacciata dalla degradazione ed esposta a grandi pericoli.
Nel mio lavoro ho cercato di attuare una fusione tra memoria emotiva e memoria culturale, tra poesia e documentazione, tra mondo arcaico e mondo contemporaneo, creando un tutt’uno in cui tutte queste materie si compenetrano. Penso però che senza la poesia non si può arrivare all’anima della foresta. L’antropologia è una disciplina che ha finito con il privilegiare gli oggetti e la cultura materiale. Io ho privilegiato il soggetto più leggero, l’anima, la poesia.

D – Ogni parola un essere. Qual è la reazione dei lettori più giovani, dei bambini, di fronte alle immagini e ai colori che accompagnano le liriche che compongono questa indimenticabile raccolta di poesie?
R – Sono cresciuta insieme ad altri bambini, alle variopinte specie degli uccelli. Conosco la foresta fin dall’infanzia, i miei nonni paterni venivano dall’Amazzonia, dove mio padre è nato. Nell’Amazzonia della mia infanzia, i bambini vivevano nei villaggi in piena libertà, giocavano e il gioco stesso insegnava loro a vivere, a procurarsi il frutto degli alberi, a imitare il suono degli uccelli e degli altri animali, a vivere la pioggia e l’acqua come elemento ludico.
I bambini davanti alla mia opera percepiscono che la mia poesia ha queste radici lontane, perché per me la poesia è pura come l’infanzia, che vive la vertigine delle ali sul corpo.

Arriva Ararí, gli altri formano il cerchio
iraçú è lo sparviero reale: per imitarlo
uno dei bambini indossa ali di penna
“Più — ho fame” grida iuraçú
stende la gamba uno dei bimbi
e poi l’altra chiedendo:
“tú sena seni? — è questo che vuoi?”
lo sparviero risponde: “è pela — no”
fin quando arriva all’ultimo bambino
quasi sempre il minore, che è Ararí
“tú sena seni?”. “Sì”
e volano i capelli di Ararí, mentre lei corre
senza mai spezzare la catena, senza cadere mai
lo iuraçú ritorna al proprio posto
e il gioco ricomincia “tú sena seni?”

D – Tu che canti la bellezza e la vitalità dell’Amazzonia e, al tempo stesso, levi grida di dolore di fronte alla sua distruzione e lanci S.O.S. per la fragilità dell’ecosistema, hai fiducia nell’uomo? Quale pensi sia il destino della razza umana?
R – Niente può definire meglio il mio pensiero come questa poesia:

Kupahúba Albero vede un fiume espandersi
sgorgando dalla casa del sole.
Il vento porta una luce splendente
e fumo nero e caldo incandescente
e penetra tra gli alberi
le foglie ardono muovendosi
in mezzo al disordine della foresta
tra caos e fumo
Tutto è fuoco…gli alberi cadono…
tutto è cenere:
In questo ritmo frenetico anche il cielo cadrà.
Lo sterminio non cessa:
Kupahúba attende il fuoco ferma,
legata alle sue radici.
Sente il fuoco scorrere nei suoi rami
il suo corpo verde trema e sente dolore
lei che lenisce il dolore sente
il fuoco gemere nel suo tronco
bruciare le sue radici
e la terra morta della foresta devastata,
rovine…
L’olocausto di una moltitudine di alberi.
Il vento non porta musiche conosciute
disturbi di verde e azzurro
ritornate ritornate ritmi antichi

D – Molte foto ti ritraggono insieme a grandi poeti, artisti e maître à penser del nostro tempo. Ai lettori di www.i-libri.com vuoi consegnare qualche tuo ricordo legato a queste foto?
R – Dal 1968 al 1971 lavoravo come giornalista nel campo della cultura e della critica dell’arte a San Paolo, sviluppando una collaborazione con artisti – come Maria Bonomi, Saverio Castellani, Tomie Otake, Otavio Araujo e altri – scrivendo poesie per i loro cataloghi e successivamente saggi sulle loro opere. L’interazione tra arti visive e poesia è sempre stata una costante nel mio lavoro.
Nel 1972 lascio il Brasile, sottraendomi con l’esilio alla repressione di una dittatura militare che impediva la libertà di scrivere e di studiare.
Nello stesso anno conosco a Roma il poeta brasiliano Murilo Mendes che mi  presenta il critico letterario Ruggero Jacobbi e il poeta spagnolo in esilio Rafael Alberti, con cui stabilisco un importante rapporto di lavoro e amicizia.
Il sodalizio con Rafael Alberti nasce dalla capacità dell’illustre maestro di unire pittura e poesia in un’unica arte animando i versi con immagini e colori. Ma ciò che soprattutto ci ha legati è stato l’impegno per la libertà.
Un altro importante aspetto di questa amicizia, che è durata dieci anni fino al ritorno in Spagna del poeta, è stato la partecipazione nei recital europei, dove ho  scoperto la mia capacità di comunicare con il grande pubblico.
In questi incontri internazionali – tra cui “Poetry International” (Rotterdam, 1977) la “Convenzione Internazionale di Poesia” (Struga, Jugoslávia, 1978), il “Congresso di Scrittori Europei” (Firenze, 1978) – conosco Lawrence Ferlinghetti, Evgeny Evtushenko, Mario Luzi, Allen Ginsberg, Gregory Corso e altri.

 Il sito ufficiale di Marcia Theophilo

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