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Scrittori

Intervista a Cynthia Collu

a cura di Laura Monteleone

Cynthia Collu: un’autrice, l’ultimo libro, la sua voce.

Ci incontriamo nel cuore pulsante di Milano. Davanti all’immancabile caffè. Negli sguardi vie aperte. Si entra subito nel merito della scrittura. La cosa più importante per Cynthia Collu, narratrice di lungo corso e romanziera affermata. Sotto la pelle nuove storie che premono per venire alla luce.

D – La tua voce narrante è molto particolare, piena, seducente, evocativa. Ne sei consapevole? È una voce spontanea o voluta?
R – Sono consapevole di quello che scrivo e di come scrivo, dato che se sono insoddisfatta non proseguo finché non trovo la parola giusta, finché non trovo il termine che per me è “inamovibile” in quanto perfettamente aderente al concetto che voglio esprimere. Mentre scrivo mi faccio da sola l’editing, sentendo assonanze, dissonanze, allitterazioni, rime baciate, ripetizioni di un verbo e così via, e questo mi è di aiuto perché, una volta finito il romanzo, ho poco da correggere. L’aspetto negativo è che nella scrittura procedo molto lentamente; d’altra parte prima di proseguire, di fare il passo successivo, devo essere sicura che lascio dietro di me un gradino ben stabile.

D – Leggi a voce alta mentre scrivi?
R – No, non è una mia abitudine.

D – Ci si accorge subito dello spessore della tua scrittura. Non si tratta solo di aggettivi. Le frasi si muovono con una fluidità piena di suggestioni. Prendono direzioni sorprendenti, pur mantenendo chiaro il percorso e il dipanarsi della vicenda. E allo stesso tempo, ogni frase è un mondo a sé stante. Un piccolo capolavoro, che si sposa meravigliosamente con la materia che racconta.
R – Nello scrivere cambio spesso il ritmo e il linguaggio, rispettando la natura dei personaggi o la situazione narrata. Nel mio primo romanzo (Una bambina sbagliata, ed Mondadori) il linguaggio è più semplice quando a parlare è una bambina, si evolve man mano che la protagonista cresce. Nei miei lavori successivi la mia voce si è evoluta ulteriormente, grazie anche alla lettura di romanzi complessi, che presentano struttura e scrittura piuttosto elaborati. Come ho detto prima il linguaggio asseconda anche il momento narrato. Nelle descrizioni la scrittura ha un respiro più ampio, mentre alcune situazioni vengono raccontate con un ritmo veloce, quasi affannato, per rendere meglio lo stato d’animo dei protagonisti.

D – Ho notato che in questo tuo ultimo romanzo (L’amore altrove, ed. DeA Planeta) manca la classica punteggiatura dei dialoghi.
R – Sì, infatti nel discorso diretto non uso i due punti e virgolette ma ho preferito mettere la virgola e poi iniziare il dialogo con la maiuscola.  La mia scrittura è spesso paratattica soprattutto, come ho già detto, quando  i personaggi sono in affanno; voglio così rendere questo momento agitando la scrittura per far sentire al lettore la tensione del momento. Mi è capitato anche di non mettere il punto alla fine di una frase, perché volevo indicare l’interruzione brusca del pensiero o della parola, interruzione dovuta alla paura di quello che il protagonista potrebbe dire o pensare. I puntini di sospensione, invece, lasciano intendere che il pensiero continui, così quando è stato necessario, ho omesso il punto alla fine di una frase.

D – Quando inizi un romanzo hai già in mente tutta la storia? O parti da un qualcosa che poi, per certi versi, si sviluppa insieme a te?
R – Dipende. A volte parto da un’immagine, un po’ come è successo a Mavis Gallant. Era rimasta colpita da una adolescente incinta che, in un istituto di suore, sfregava ginocchioni il pavimento. Cinquant’anni dopo quell’immagine è ritornata con prepotenza, e lei ha scritto quel meraviglioso racconto, “Il bambino dei Fenton.”. A me è successo per il mio secondo romanzo (Sono io che l’ho voluto, ed Mondadori:) sono partita da un fatto che mi aveva colpito molti anni prima. Eravamo invitati a cena a casa di amici: mio figlio di un anno e mezzo ha preso una spada di plastica e mi ha dichiarato che così si sarebbe difeso “dal bambino cattivo. Ho scoperto così che aveva paura del figlio dei miei amici, di tre anni. Questo fatto, e l’immagine di mio figlio che con la piccola spada dichiarava tutta la sua paura, mi sono rimasti dentro per anni finché non li ho sviluppati nel romanzo (che tratta anche di violenza familiare). Una coppia dall’apparenza molto positiva (ottima posizione professionale, ottima visibilità sociale) svela a poco a poco al suo interno il problema di una violenza psicologica. È una storia che non mi apparteneva, ma la sentivo potente, in quanto nata dalle testimonianze di donne che conoscevo, e desideravo metterla alla luce.
In alcuni casi i miei romanzi sono nati dai miei racconti. Dal racconto sono partita dilatando la storia, cercando i personaggi e gli eventi. Mi è capitato anche che un racconto sia stato pensato come il finale del romanzo, e poi ho dovuto ricostruire il tutto, storia e personaggi, esplorare il loro vissuto e le loro psicologie. È stato bellissimo, perché ho proseguito fino a quando non ho compreso chi erano i miei “personaggi in cerca d’autore” e che cosa volevano raccontarmi. A volte, durante questo processo, ho scoperto inaspettatamente qualcosa di me stessa, e l’ho trattato da una certa distanza, per metterlo meglio a fuoco e trovare risposte. Capita di crescere insieme alla storia. Sia come autrice, che come persona.

D – Parlami di te. Sei stata insegnante?
R – Ho insegnato francese molto tempo fa. Adesso mi dedico quasi totalmente alla scrittura (oltre a fare la moglie la madre e la casalinga). Ho un passato di pittrice. Dopo aver frequentato l’Accademia serale di Brera ho aperto uno studio artistico e fatto parecchie mostre. E ho un passato di attrice teatrale, sotto la guida di Claudio Orlandini, direttore artistico di Quelli di Grock. Tutte queste esperienze sono entrate con prepotenza nella mia scrittura.

D – Quindi questa tua scrittura è un po’ catartica e un po’ costruttiva, possiamo dire? Ti fa scoprire qualcosa di te?
R – Si può definire catartica. Riguardo allo scoprire qualcosa di me, sono piuttosto i lettori a farmelo fare. Una volta pubblicato, il libro non è più tuo, è dei lettori. Molte volte mi sono state fatte osservazioni che mi hanno spiazzata. Ad esempio per quanto riguarda il  romanzo “Sono io che l’ho voluto” un lettore mi ha fatto presente che c’è un correlativo oggettivo, un elemento che percorre tutto il romanzo: la presenza di qualcosa di pungente, un tagliacarte, una spadina, e così via.

D – Avevi messo questi elementi senza rendertene conto?
R – Sì, certo. Anche nel mio ultimo romanzo, L’amore altrove, un lettore mi ha scritto alcune  cose in relazione alla Sardegna e alle sue “anime perse”, (cioè coloro che lasciano l’isola per il continente e vivono un forte disagio d’identità), a cui non avevo pensato. I lettori sono capaci di osservazioni fantastiche.

D – Hai degli orari di preferenza quando scrivi?
R – Quando mio figlio andava a scuola, scrivevo la mattina. Adesso non riesco, perché mi dedico alla casa e alle commissioni. Quindi scrivo il pomeriggio. Quasi mai la sera.

D – Quante ore al giorno ti dedichi alla scrittura?
R – Volendo indicare una media direi almeno tre ore al giorno. Prima devo ritrovare l’atmosfera del romanzo, leggere almeno le ultime pagine scritte e poi procedere. Anche l’ambiente che mi circonda è importante, non riesco a scrivere nel disordine. Ogni cosa deve essere a posto, così mi è più facile mettere ordine anche nei pensieri. E soprattutto devo essere sola. La solitudine aiuta la concentrazione.

D – Parliamo di questo romanzo “L’amore altrove”.
R – È un lavoro che amo molto, l’ho scritto cercando la dovuta delicatezza, visto l’argomento. Non amo la morbosità, i facili pruriti, perché intendo rispettare l’intelligenza del lettore. Durante la composizione di questa storia ho cercato di capire i miei personaggi, anche quelli più negativi. Il tema della sofferenza è narrato da più punti di vista. Il romanzo si snoda in tre parti di cui l’ultima si può definire corale. Qui si recuperano e si riannodano i fili della storia. I personaggi vengono seguiti nel loro procedere sino al finale, seguendo il loro punto di vista. È il romanzo che più ho amato, ma sul quale ho meno scommesso. Perché è molto duro.

D – È scritto in un linguaggio molto diretto. È decisamente franco, ma anche poetico. I personaggi sono pervasi da una vena di malinconia, ma al tempo stesso incarnano una sorta di pragmatismo. Sanno volgere in positivo, o quantomeno in accettabile, quello che accade.
R – Spero di aver dato la giusta luce a tutti quanti. C’è anche una ricerca del sacro, come riscatto alle brutture che i personaggi sono costretti a vivere.

D – Ci sono indizi di ciò che accade nella storia man mano che si sviluppa.
R – È la storia dei sassolini che si lasciano man mano nelle pagine, piccoli, come invisibili tracce per il lettore, affinché le avverta senza quasi coglierle. Non bisogna dire tutto subito, ma mettere un sassolino che deve insinuarsi, discreto, tra le righe. E poi rivelarsi. Questa tecnica, se così la si può chiamare, è un lavoro che mi piace molto.

D – Sei molto brava anche sotto questo aspetto. Il tuo romanzo è potente, perché nasce da una verità, dal travaglio sofferto dello scrittore. Il lettore lo recepisce. Recepisce qualcosa di te. Come ti definiresti con una frase?
R – Una volta mio figlio mi abbracciò e mi disse, Mamma tu sei uno spirito libero. Chissà, forse ha ragione. Per quanto mi è possibile cerco di non farmi ingabbiare, nella scrittura come nella vita. Anche con le persone sono molto diretta, mi si legge subito in faccia quello che penso. Purtroppo non  sono per niente diplomatica!

D – E come te la sei cavata con il tuo rapporto con l’editoria?
R – Ho avuto rapporti con Mondadori per i miei primi romanzi e adesso con DeA Planeta. Sono due realtà molto diverse tra loro. Mondadori è una big e ha un gran vivaio di autori, non può seguirli tutti allo stesso modo. Poi ho trovato Daniele Pinna, un agente letterario con cui si è stabilita un’ottima intesa da subito. Lui ha proposto il mio romanzo a DeA Planeta ed è piaciuto anche a loro. DeA ha un rapporto con l’autore molto differente. C’è un dialogo stretto, lì ti fanno sentire a casa. Inoltre ho trovato un meraviglioso editor, Stefano Izzo, che ha dimostrato il suo apprezzamento e la sua stima accettando sempre il mio punto di vista nella fase di editing.

Grazie Cynthia! Concludo con la certezza che il tuo romanzo avrà un futuro luminoso. E invito i potenziali lettori ad accostarsi alle tue storie, ai tuoi personaggi, alla tua penna appassionata.

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