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Scrittori

Intervista esclusiva a Dacia Maraini

a cura di Bruno Elpis

Intervistare Dacia Maraini, protagonista indiscussa di una letteratura contemporanea della quale andiamo fieri, è una responsabilità. Ma è anche, e soprattutto, un piacere, dopo aver letto un’opera come “Chiara di Assisi. Elogio della disobbedienza”. Per alleggerirmi almeno in parte della responsabilità, decido di proporre le mie domande traendole, in senso letterale, attraverso citazioni, dal romanzo medesimo. Che pullula di quesiti: alcuni  ricevono riposte esplicite nel corso della narrazione, altri sembrano ottenere soddisfazione implicita, altri ancora rimangono sospesi, forse insolubili. A testimoniare la complessità culturale di un’icona del nostro tempo.

D – “Perché vuole che io scriva di Santa Chiara? E perché mette di mezzo me che sono così lontana dai santi?” Dacia Maraini scrive un romanzo su “Chiara di Assisi” stimolata da una ragazza siciliana che porta lo stesso nome della santa… Come nasce questa idea dal potente valore simbolico, che crea una forte connessione con l’attualità?
R – Nasce da una lettera vera che ho ricevuta, come ne ricevo tante, che mi proponeva qualcosa di simile. Ho preso lo spunto da quella lettera. Anche se poi ho romanzato il personaggio e alla fine è diventato del tutto immaginario.

D – “Cosa può avere elaborato la coscienza storica femminile insecoli di teorie razziste?” Tra le domande che si susseguono nel testo, questa ha una portata epocale. A che punto siamo, oggi, nel processo che riguarda “la coscienza storica femminile”?
R – Abbiamo fatto molto per liberarci dalle radici storiche della misoginia, ma forse ci siamo illuse che bastasse scrollarsele di dosso per trovare la libertà. La libertà, soprattutto quella interiore, è piena di contraddizioni, molto segnata dalla storia e fa fatica ad affrancarsi.

D – “Nel momento in cui noi occidentali tendiamo a scoprirci impudicamente… le mussulmane si coprono pudicamente… fino a diventare dei fantasmi invisibili. Un gesto non contraddice, ma con forza uguale e contraria, l’altro? Nello scoprire oltre ogni limite e nel coprire al di là di ogni logica, non c’è la stessa volontà di negare la libertà del corpo femminile?” La risposta sembra implicita. Dunque dobbiamo concludere che negli anni duemila non esiste ancora – neppure in qualche angolo sperduto del mondo – una cultura che celebri “la libertà del corpo femminile”?
R – Non ho detto che non ci sia, ma che venga scoraggiata e repressa sì. La misoginia, cacciata dalla porta, è rientrata dalla finestra in forma di dipendenza da una  cultura di mercato, in cui tutto si vende e si compra, prima di tutto il corpo umano, soprattutto quello femminile.

D – “Era una malattia che riguardava il movimento quella di Chiara? Le testimonianze dicono che non riusciva ad alzarsi dal letto.” “Sappiamo che all’inizio della sua vocazione Chiara pensava di portare, come Francesco, la parola di Dio fra la gente… Era un desiderio lecito, umano, o una tentazione diabolica, come volevano fare credere i santi Padri?” “Non è possibile che la sua malattia esprimesse … la soppressione di un desiderio legittimo…?” Nel romanzo sembra emergere la convinzione che la malattia di Chiara fosse “psicosomatica”…
R – Veramente non lo so. Azzardo, visto che nessun biografo ha saputo dire in cosa consistesse la malattia di Chiara, che aveva le gambe paralizzate mentre il corpo continuava a vivere, la mente era lucida e le mani lavoravano in continuazione. Oltretutto dirigeva il convento con grande dolcezza e decisione.

D – “Mi interessa il convento come luogo di collegialità e di pensieri celati, come luogo di ubbidienza ma anche di una profonda e arcana libertà”. In questo passaggio Lei fa riferimento ai tre anni vissuti nel collegio fiorentino: “Che sia questo ricordo di reclusione a farmi sentire vicina alla altre reclusioni…?” E a una drammatica esperienza autobiografica: “O è il ricordo amaro del campo di concentramento giapponese per antifascisti in cui sono stata chiusa per due anni quando ero bambina?” Vorrebbe aggiungere qualcosa su queste esperienze dell’infanzia e dell’adolescenza o sono ricordi troppo dolorosi?
R – Ho sempre avuto un interesse straordinario per i luoghi di reclusione. L’ho detto nel libro ed è vero. Ogni volta che vado in qualche città sconosciuta, chiedo se ci sono conventi antichi da visitare. Certamente i tre anni di collegio fiorentino mi hanno familiarizzata con i ritmi e le illibertà di una reclusione, anche se non si trattava di un convento. E certamente i due anni di campo di concentramento hanno segnato per sempre la mia vita. Ora non saprei dire se è per questo che mi interesso ai luoghi di segregazione o è  perché, avendo vissuto da bambina una vita di libertà e di rapporto intenso con la natura, avendo conosciuto la gioia del viaggio, mi senta incuriosita, spaventata e forse anche attratta dal contrario, ovvero dalla prigionia e dall’immobilità… Non saprei dirlo. La cosa certa è che sono andata tante volte a visitare i campi di concentramento in Polonia, sono andata tante volte a visitare i conventi antichi, persino in Perù. Ho scritto un libro che tratta dei campi di sterminio ed è IL TRENO DELL’ULTIMA NOTTE e ho scritto due testi teatrali che riguardano il convento: I DIGIUNI DI CATARINA DA SIENA e SUOR JUANA.

D – “Perché consegnare le ragazze vergini a un marito celeste che avrebbe avuto tante altre mogli e non avrebbe dato loro un figlio?” Bella domanda, questa… lei si è data una risposta?
R – Io non ho risposte. Mi pongo delle domande. E’ la Chiesa che dovrebbe rispondere a questa domanda.

D – “Ma la mia stupida testa raziocinante non si dava per vinta e continuava a chiedere: ma possibile che soltanto nel dolore stia la redenzione? E nella gioia cosa c’è? Solo peccato e disubbidienza?” Anche Nietzsche individuava nello spirito di mortificazione una delle cause della “Morte di Dio”…
R – La Chiesa cristiana è nata così, nello strazio e nel dolore. La crocifissione ha segnato un rapporto fra il cielo e il corpo umano che è basato sul sacrificio estremo. Se i romani fossero stati meno crudeli e punitivi, forse avremmo una religione cristiana senza croci e senza sangue.

D – E adesso un piccolo colpo di scena. Dall’autrice che si attribuisce un “piccolo cuore illuminista”. Ho inteso male (“Per credere ai miracoli bisogna avere il cuore puro e ritenere che il mistero superi la logica degli eventi”) o Dacia Maraini crede ai miracoli? Soprattutto nei piccoli miracoli che compiono le donne (“Al contrario dei santi, le sante fanno miracoli piccoli, a misura di convento”)…
R – Se storicizzo, do ragione alla logica e alla ragione che mi dice che i miracoli non esistono. Se però mi immergo nell’atmosfera allucinata di un convento, se mi calo in una epoca di totalitarismo religioso, intuisco che i miracoli erano dei piccoli struggenti segni di un linguaggio amoroso che se anche non si comprende,  si deve rispettare.

D – Il romanzo pone interrogativi anche su questioni molto attuali come questa: “Potrebbe essere … che il matrimonio per coloro che si dedicano alla Chiesa non sarebbe poi una cosa coì grave e pericolosa?”
R – Be’, i preti protestanti si sposano e non mi risulta che diano esempi più cattivi dei preti celibi cattolici. La sessualità repressa fa brutti scherzi a volte.

D – L’ultima domanda ha tutta l’aria di essere difficile: “Si può disprezzare se stesse? O qui la parola disprezzo, invece di indicare disistima di sé, vuole solo raccontare un modo di farsi piccola di fronte agli altri per modestia e riserbo? Si può essere pazienti, dolci, gentili con gli altri se ci si disprezza? E’ una domanda che mi faccio e a cui non trovo risposta.” Perché è così difficile dare una risposta?
R – Perché c’è una contraddizione nel dichiarare che si disprezza il proprio corpo e poi comportarsi con estrema indulgenza e delicatezza verso il corpo altrui, come faceva Chiara con le sue consorelle e con gli ammalati che le portavano da guarire. Ma una vita senza contraddizioni è inconcepibile. Non esistono le cose rigide e assolute, esistono le incoerenze, le illogicità,  le incongruenze della persona umana, che  proprio perché  umana, oscilla, vaga, viene spinta dai venti, ha paura, si perde e poi si ritrova. Solo i burattini sono tutti di un pezzo.

Ringraziamo Dacia Maraini per la disponibilità e la cortesia con la quale ha risposto alle nostre (o sue?) domande. Ma soprattutto la ringraziamo per aver scritto un altro romanzo. Destinato a rimanere nei nostri cuori.
Un ringraziamento particolare va anche all’amico Angelo Fàvaro, che ha reso possibile questa bellissima intervista.

Bruno Elpis

www.brunoelpis.it

Foto di G. M. Ireneo Alessi

 

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