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Scrittori

Alessandra Racca – autrice de “Poesie antirughe”

a cura di Simona Comi

Alessandra Racca, alias “La Signora dei Calzini”, è una giovane scrittrice torinese che, dal 2007, si occupa anche di reading che riportano la poesia ad una dimensione teatrale. I suoi versi, di cui alcuni già pubblicati in varie raccolte e riviste, approdano nel libro “Nostra Signora dei Calzini” (2008) e nella raccolta “Poesie Antirughe”, edita da Neo Edizioni, ottobre 2011.

Ho incontrato Alessandra Racca al Pisa Book Festival e, con sua grande disponibilità, sedute su un banchetto di legno, ci siamo messe a chiacchierare.

 1 – Alessandra, mi piacerebbe cominciare dai tuoi reading. Cosa ti ha spinto a raccontare la tua poesia, come dire, ad “alta voce”?

Avevo voglia di mettere alla prova i miei versi e di condividerli con altri, così un giorno ho radunato un po’ di amici a casa e ho detto loro: “io vi leggo queste cose, se pensate che non valgano niente dovete dirmelo, altrimenti io li faccio uscire”. Gli amici hanno detto “Vai!”, mi son parsi sinceri e così ho fatto. All’epoca non avevo ancora pubblicato nessun libro e così fare letture pubbliche mi è parso un buon sistema per “socializzare” i miei pensieri in versi. Devo dire poi che ho un amore particolare per la “parola ad alta voce” , che mi ha portata in questa direzione.

2 – Riferendoci al titolo dell’ultima raccolta, le tue poesie sono “antirughe” perché lasciano il lettore con un sorriso complice ed amaro stampato sul volto e, si sa, come scrive Neo Edizioni, “sorridere è un esercizio del viso e dello spirito […] salutare e cosmetico”, oppure sono antirughe in quanto si tratta di un tuo personale tentativo di bloccare, fermare certi momenti dello scorrere inevitabile del tempo, che è una costante che si ripete spesso all’interno di questi versi?

Domanda difficile. Te la butto sull’autobiografico, diciamo che questo è il libro dei trent’anni e a trent’anni succedono delle cose: il rapporto con il tempo cambia e, per certi versi, diviene conflittuale. D’altra parte nessuna è indenne al bombardamento dell’antirughe: tutte noi lo conosciamo bene, ogni qualvolta andiamo in farmacia ci viene suggerito di cominciare a farne uso…! Ma al di là del conflitto dello scorrere del tempo e dell’avventura di diventare adulti, in questo libro c’è una riflessione, una fotografia su questo momento della mia vita e su quello che stiamo vivendo.
Il concetto di antirughe è poi un richiamo alla contemporaneità, al linguaggio della pubblicità nel quale siamo immersi: mi piaceva l’idea di abbinare la parola a tutto questo, affidarla alla “poesia” che si porta dietro un alone di “cultura alta” che spesso vive in contenitori stagni e fuori dal tempo.

3 – La raccolta è divisa in sezioni, ciascuna con il suo titolo. Seguendo quale criterio sono state raggruppate le poesie?

Le tre sezioni hanno un tema di fondo, sono tre grossi contenitori che raccolgono poesie che affrontano tematiche simili: una parte parla di donne, poi ci sono delle poesie d’amore e poi c’è questo “fritto misto” finale con cui si cambia tono rispetto a tutto il resto, è un parte un po’ più riflessiva.

4 – A proposito delle donne, tra una poesia e l’altra ne fai un grande elenco, si parla di solidarietà femminile, c’è una dedica ad Elena e alle tue amiche, un universo tutto rosa, mentre gli uomini sono presenze “di sfuggita” e, oltretutto, sono davvero pochi: un padre, un nonno e il “principesso sul pisello”.

Devo dire che i miei mi hanno educata con l’idea che uomini e donne hanno pari diritti, che gli uomini sono uguali alle donne, e io ci ho creduto, fino ad un certo punto. Poi, specialmente quando entri nel mondo del lavoro, ma anche vivendo il rapporto tra i sessi, ti rendi conto che essere una donna comporta delle cose molto precise, nel bene e nel male. E’ una questione di diritti, di chi sei nel mondo e a che cosa puoi aspirare. Ma è anche una questione di ruoli. Per me la poesia è anche un modo di chiarirsi la propria identità, e questi sono gli anni in cui sto capendo che tipo di donna sono, che tipo di modelli ho, mio malgrado o che scelgo coscientemente. Per questo dico che Poesie antirughe “è il libro dei trent’anni” e, il fatto che contenga tutte queste donne, non è un caso.

5 – Nella poesia “La suocera di M.” fai un invito alle donne a non “assuocerarsi”, a non fare del loro bambino un “madredipendente”, però infine esorti anche i padri a dire alle loro figlie che sono belle e scrivi: “In qualche modo misterioso/ questo le impedirà/ d’assuocerarsi/ e soprattutto/ la renderà felice”. Anche questo, in termini di stereotipi, mi sembra uno scambio e/o un capovolgimento di ruoli.

Una cosa a cui tengo molto è non essere presa troppo sul serio! Spero che si legga tra le righe delle mie poesie la presa in giro di alcuni ruoli e stereotipi. Gli stereotipi hanno sicuramente in sé una percentuale di verità, sono una semplificazione della realtà e mi diverte giocarci: nelle mie poesie li sottopongo a uno sguardo ironico per parlare di cose che critico, che m’infastidiscono o che mi hanno ferita e fatta soffrire, perché no.

6 – Si’, infatti nella sezione che riguarda l’amore, ad esempio, quest’ironia ambivalente, questa ferita, sono più che mai messi in evidenza. Basti solo pensare alle parole del principesso sul pisello (“Cosa credevi di nascondere?/ Chi credevi d’ingannare?”) o agli innumerevoli modi con cui definisci o paragoni questo sentimento (un cane, una malattia, una soap opera, una partita a carte, un paio di calzini…).

Beh si’, credo che sia un’ambivalenza che viviamo tutti quanti nei confronti dell’altro sesso, nei rapporti di coppia. … certo, tranne, forse, pochi fortunati! Io ho sempre avuto il bisogno di manciate di metafore e “storie” per spiegarmi e vivere il mondo dei sentimenti, per affrontare l’avventura dell’amore e per esorcizzare il dolore, la paura e anche la gioia.

7 – Tra le tue tante attività, c’è anche quella di blogger che porti avanti, in combutta o in complicità, assieme alla tua alter ego, all’Alessandra poetessa, che è La Signora dei Calzini.
A cosa è dovuta la scelta di un blog, e cosa sono, per te, questi calzini?

Il blog è per me uno strumento di comunicazione, un modo di arrivare ad altri in modo diverso da come un libro fa, ma anche un laboratorio di scrittura sempre aperto in cui pubblico quello che scrivo, man mano che lo faccio. Il mondo della rete è interessantissimo, oltre che utile, e dunque ho volentieri fatto salpare il mio blog appena ho deciso di far uscire di casa le mie poesie.
Il titolo del blog “Signora dei calzini” e il mondo dei calzini sono legati al mio primo libro “Nostra signora dei calzini” e sono per me una metafora di tante cose e del mio modo di intendere e scrivere poesia.
I calzini sono oggetti umili ma necessari, stanno a terra, accompagnando i piedi, sostengono il peso del corpo, ma sono leggeri e stanno sospesi in aria se li appendi.
I calzini hanno a che fare con il mistero: si perdono spesso e poi ricompaiono nei luoghi più impensati, hanno una vita misteriosa di sparizioni e ricomparse nell’economia dei cassetti di un armadio e della casa.
I calzini parlano di relazioni e affetti: nascono in coppia e poi a volte si perdono, vivono spaiati ricordandoti ciò che hai perso o s’inventano una nuova vita di coppia con un altro calzino, o ancora, a volte si ritrovano.
I calzini parlano del tempo: sono metafora delle cose che hai sempre lì e di cui non ti accorgi, ma che ci sono, sono metafora di ciò che perdi. I calzini si forano e si assottigliano, ma si possono riparare.
I calzini hanno forme e colori vari, come le persone, vestono stati d’animo e momenti della vita diversi: alcuni sono belli, altri sono brutti ma ti proteggono e ti scaldano. Certe calze ti fanno bella, giocano al gioco della seduzione.
Insomma, potrei andare avanti ancora, ma mi fermo qui. Tutte queste cose le ho messe nelle mie poesie.

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