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Scrittori

Intervista a Lorenzo Mazzoni, autore di “Apologia di uomini inutili”

a cura di Lucilla Parisi

Apologia di uomini inutili, il nuovo romanzo dello scrittore ferrarese Lorenzo Mazzoni, edizioni La Gru, è finalmente in libreria.

Un lavoro sofferto, un libro intenso che parla di uomini agli uomini, passando attraverso la pazzia e il dolore in cui, ognuno di noi, può cadere e perdersi.

La redazione di i-Libri ha incontrato lo scrittore che, oggi, vive ad Istanbul. L’intervista si è svolta proprio nella città che lo ospita, in un luogo caro all’autore: un giardino silenzioso adiacente ad una piccola moschea, abitato da numerosi gatti e circondato da un portico su cui si affacciano botteghe di venditori e rilegatori di libri.

Ho rivolto le mie domande allo scrittore davanti ad un fumante tè nero.

In Apologia di uomini inutili, i personaggi si muovono in luoghi lontani dalla propria terra d’origine. Un po’ come sta succedendo a te in questo momento. Per motivi diversi Paco, Jerry, M.U. si trovano a viaggiare, in alcuni casi a fuggire dalla paura o dalla mediocrità, senza tuttavia mai trovare un luogo in cui identificarsi o costruire.

Il viaggio, il distacco, il cambiamento – in senso letterale e metaforico – tornano spesso nei tuoi libri: che cos’è per Lorenzo Mazzoni il viaggio?

L.M.: È innanzitutto la possibilità di aprirsi la mente all’umanità. Essere spettatore e partecipe della vita. Possibilità di scrittura e studio. Vengo da una città, Ferrara, assolutamente statica e chiusa in se stessa, autoreferenziale fino al midollo. Qualsiasi ferrarese abbia letto qualche libro vagamente “esotico”, tipo Il viaggio del mondo in 80 giorni o le avventure scritte da Emilio Salgari, capisce molto presto che deve andarsene per non morire dentro. Il viaggio ha a che fare con il cambiamento emotivo, spostandoti, facendo tuoi, o provandoci, luoghi che non ti appartengono, impari qualcosa di te stesso, la tua forza interiore, la tua dinamicità, il tuo spirito di adattamento. Questo vale nella vita come nei romanzi.

Ancora una volta la violenza torna protagonista dei tuoi scritti. La crudeltà è insita nell’uomo. L’essere umano, a parte qualche velato senso di colpa, è attratto dal male e compie azioni abominevoli. M.U., un uomo qualunque, un venditore di attrezzi di ferramenta, è spettatore inerme dell’atroce abuso e massacro di bambini. La visione dell’orrore compiuto da altri uomini, lo conduce alla pazzia e alla violenza. E’ il male che genera male. Chiunque può rimanerne incagliato come vittima o come carnefice. E’ così?

L.M.: Sì, è essenzialmente così. Quando ho iniziato a scrivere Apologia di uomini inutili mi interessava raccontare le vicende di un uomo comune, un uomo banale, un uomo come tanti, a contatto obbligato con l’orrore. Mi sono sempre chiesto come reagirebbe il più inserito nel sistema fra gli esseri umani davanti a qualcosa di atroce che immagina esista solo in televisione. Raccontare la sua reazione, che può essere la reazione, violenta, di chiunque. Mi interessava inoltre raccontare la strada verso la pazzia una volta intrapreso il gesto di “agire”. M.U. credo compia un’azione legittima: uccide uno stupratore assassino, ma è una persona che non conosce la vera violenza e quando la applica questa deteriora il suo stato psichico. È insieme vittima e carnefice, è il paradosso, il contrasto, l’unione, il caos degli elementi che chiunque può rappresentare se portato all’estremo.

Il turismo sessuale spinge uomini di ogni età e ceto sociale a viaggiare verso quei Paesi in cui  bambini e bambine si trovano a buon mercato e dove è facile rimanere impuniti. Spesso si tratta di uomini insospettabili, che spogliati per qualche giorno del loro ruolo sociale e familiare, si trasformano in carnefici. Non deve essere stato facile trattare un tema tanto delicato. Gli abusi sui minori descritti nel tuo libro sono raccapriccianti e sconvolgenti. Cosa ti ha spinto a farlo?

L.M.: È stato M.U. a spingermi verso questa strada. Ho pensato che per descrivere il viaggio verso la pazzia del personaggio e, soprattutto, per raccontare cosa realmente lo ha portato a diventare un giustiziere, non potevo far altro che descrivere le atrocità narrate all’inizio del libro. La mia vuole essere un’accusa verso tutto quel mondo maschile e maschilista che ha trasformato il sesso in orrore e sopraffazione. Questo comportamento è ad ampio raggio, va dal marito che pesta la moglie per ignoranza belluina, al ragazzo che importuna una ragazza in un locale, fino ad arrivare agli estremi raccontati nel romanzo. Ho una totale avversione nei confronti dei comportamenti troppo maschili, è l’elemento maschile dell’essere umano che porta a tragedie come quelle descritte in Apologia di uomini inutili. Non è stato per niente facile scriverlo, ho avuto un esaurimento nervoso quando l’ho concluso. In una pagina del libro M.U. si chiede se sta diventando anche lui come il carnefice che ha giustiziato, credo che la domanda sia quella che si è posto l’autore, io, mentre procedevo con la storia. Più volte mi sono chiesto se c’era una parte di compiacimento nel narrare tanto orrore. Alla fine sono arrivato alla conclusione che era semplicemente necessario farlo per far capire. Non mi interessa che il lettore stia bene mentre legge questa storia, se vuole “evadere” leggendo un libro che si legga qualche ricettario di cucina o qualche storiella d’amore fra adolescenti o qualche librone fantasy. Io voglio colpire, voglio lasciare un segno. Voglio che il lettore rifletta, che rimanga marchiato.

Mombasa, Gianni il “Cubano” e Franco, l’ex capo animazione sono personaggi da villaggio turistico. Ritroviamo nel tuo romanzo un ritratto impietoso della tipologia di vacanza tanto amata dai turisti di mezzo Occidente. Perché hai scelto questo sfondo “esotico-tamarro” per ambientare parte della tua storia?

L.M.: Una parte di Apologia di uomini inutili l’ho scritta mentre vivevo e lavoravo a Hurghada, sul Mar Rosso, e assistevo questi turisti deresponsabilizzati. Narro le storie che ho visto e vissuto. Ho avuto la fortuna di avere colleghi straordinari, ma una clientela terribile, almeno per la mia concezione di come deve andare il mondo. Il villaggio turistico di Hurghada ha ispirato quello narrato nel libro (mantiene pure lo stesso nome e la stessa identica struttura di quello reale). Mi sembrava un buon posto dove far rifugiare M.U., un uomo che compie un gesto straordinario ma che rimane un uomo ordinario, e il villaggio turistico è il luogo per eccellenza degli uomini ordinari.

Paco lavora per i servizi segreti “esclusivi” italiani. O meglio è un freelance pagato per ” reclutare imbecilli universali per compromettere o far fuori altri imbecilli universali”. E’ a Sana’a, dove vive, quando gli viene affidato il suo nuovo incarico: far uccidere un ricco saudita finanziatore di terroristi e guerre sante. Il colloquio tra Paco e il suo mandante la dice lunga sull’ambiguità delle relazioni tra le potenze economiche e militari dell’Occidente e gli Stati arabi nonché sulla precarietà degli equilibri internazionali. La versione dei fatti non è mai quella che ci viene raccontata.

L.M.: Mai, di solito chi crede ai media crede anche che al miracolo di Fatima o a Babbo Natale. La realtà è sporca. La realtà ci viene nascosta dal potere che spesso, sempre, è colpevole di inscenare gli orrori che poi condanna. Basta pensare alla strage di Bologna, alle Torri Gemelle, agli attentati di qualsiasi entità. Davvero c’è ancora chi pensa che il potere non abbia un’importanza vitale dietro queste tragedie? C’è ancora chi pensa che il potere sia buono, casto, puro, immacolato? Probabilmente sì, visto come va il mondo e il taglio che viene dato alle notizie in molti TG e quotidiani. Apologia di uomini inutili non ha l’ambizione di spiegare come va il mondo, ma di provare a raccontare qualche verità scomoda.

“Paco guardò i mattoni ocra della grande moschea. […] Accese una sigaretta e osservò i devoti in preghiera. In quei momenti sentiva che lui, come moltissimi occidentali, aveva perso il concetto di unione sociale. Poteva solo guardare, ammirare. Gli capitava spesso di commuoversi per quel senso di coesione comune che nell’Occidente mancava. Nel bene o nel male, Allah o non Allah, un senso identitario ancora esisteva.” Hai vissuto nello Yemen e oggi vivi a Istanbul. Quella descritta nel tuo romanzo è un’immagine che, credo, ti è capitato spesso di vedere, oggi come allora. In questo momento ci troviamo seduti nel cortile  su cui si affaccia la moschea nota come Küçük Aya Sofya Camii (moschea della piccola Santa Sofia), a Istanbul. Che cosa ti attrae di questi luoghi? Che cos’è il senso di coesione sociale di cui parli? 

L.M.: Il sentirsi una comunità. Condividere con altre persone qualcosa, ma essere allo stesso tempo noi stessi. Sapere che c’è una collettività solidale con noi e con cui possiamo essere solidali. In Occidente, ormai, non conosciamo nemmeno più i nostri vicini di casa, se vediamo un uomo morire per strada tiriamo dritto. Parlo di questo, una coesione contro l’indifferenza, il sapere che possiamo contare sugli estranei, che cessano di esserlo nel momento esatto in cui scegliamo di condividere un momento, che poi sia spirituale o sociale poco importa. Rimango profondamente e irrimediabilmente ateo, ma credo che l’Islam possieda valori collettivi che le altre religioni monoteiste hanno perso da tempo. Con questo non voglio dire che sia la soluzione verso la chiusura in se stessi degli uomini occidentali, però andrebbe capito, studiato, vissuto, bisognerebbe uscire dai soliti stereotipi da opinionisti tv.

Nel tuo romanzo trovo anche la disillusione tipica della nostra, ma non solo, generazione: laureati costretti dall’assenza di opportunità ad abbandonare i propri sogni di gloria, un mondo del lavoro perennemente precario, almeno da quando ne abbiamo ricordo, l’imbarbarimento dei costumi e della “cultura”. Jerry e M.U., due dei protagonisti del romanzo, ne sono un esempio. La tua è un’analisi spietata del nostro tempo o un’istantanea sulla realtà?

L.M.: Credo che l’istantanea della realtà porti all’analisi spietata del nostro tempo. Non mi piace il mondo occidentale e globalizzato, mi fa orrore. Chiunque abbia a cuore la cultura e abbia sudato sette camice per studiare non può amare il mondo che abbiamo edificato. È colpa di questa società performante e alienante se esistono uomini che stuprano bambine come quelli descritti nel libro, è colpa di questa società se lei stessa sta agonizzando mentalmente a livello sociale, è questa società che si vomita addosso i propri orrori e ci fa respirare i suoi miasmi. Abbiamo sacrificato la cultura e l’intelligenza per il nulla, dovremmo sentirci tutti colpevoli, i più continueranno a guardare il sedere alle passanti e a giocare alla play station.

Nei tuoi precedenti romanzi, come in Apologia di uomini inutili, gli spunti storici, culturali e geopolitici sono numerosissimi. Nulla è lasciato al caso o all’approssimazione. E’ innegabile che dietro ad ogni tua storia, ci sono studio, ricerca ed esperienza, oltre ad un innato talento per la scrittura. Romanzi impegnati nel vero senso della parola. Non sempre però l'”impegno” e la preparazione  nell’editoria, come nella vita, oggi pagano. Come te lo spieghi?  

L.M.: È come ho detto prima, non è un mondo votato alla cultura e allo studio. È il mondo del “culo-figa-tette” e giù, tutti a ridere come matti. L’editoria segue questo trend. Non sempre, per carità. Ci sono editori di valore, così come grandi scrittori che lottano ogni giorno contro l’ignoranza imperante. Persone che ancora credono che la strada vincente per la letteratura sia quella di far pensare il lettore, liberarlo, e non semplicemente farlo evadere. L’evasione è roba da aperitivo al bar. Purtroppo però, e questo succede nei grandi gruppi, molto spesso si sceglie la strada della stupidità letteraria. Si dà voce a scrittori che non lo sono. Si pubblica autentica spazzatura. L’editoria è colpevole nell’edificazione del mondo dell’ignoranza. Si preferisce fare i soldi in modo facile, e poco pulito nei confronti del cervello, piuttosto che suggerire strade alternative, coraggiose, entusiasmanti, vive.

Per chi non lo abbia ancora trovato leggendo questa intervista, suggerisci tu un buon motivo per leggere il tuo libro.    

L.M.: Perché è scomodo, e abbiamo tutti bisogno di alzare le chiappe dal nostro tran tran di accondiscendenza nei confronti del non-pensiero.

Si conclude qui la nostra intervista. Lorenzo Mazzoni sarà in Italia nei prossimi giorni per presentare al pubblico il suo romanzo. Ecco le date del tour:

Ferrara 12 maggio (Feltrinelli), ore 17

Bologna 13 maggio (Feltrinelli), ore 18

Monza 16 maggio (Libri & Libri), ore 18

Milano 17 maggio  (Mètissage Circolo Arci), ore 21

Torino 18 maggio (Libreria Trebisonda), ore 18.30

Padova 21 maggio (Feltrinelli), ore 18

Milano 23 maggio (Libreria Il mio libro) ore 18

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