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Scrittori

Intervista a Ferdinando Pastori

a cura di Bruno Elpis

D – Ciao Ferdinando. “Rosso bastardo” (“Il rosso non mi piace… è un colore bastardo” http://www.i-libri.com/libri/rosso-bastardo/ ), “Nero imperfetto”… qual è il tuo colore preferito?
R – Proprio il nero, soprattutto quello imperfetto. Forse perché comprende tutte le tonalità dello spettro luminoso e il mio rapporto con i colori è di amore e odio. Non li distinguo bene, li confondo, ma non posso farne a meno.

D – In “Rosso bastardo” sono frequenti i rimandi alle tue opere precedenti: il nome del locale (“Un locale sado-maso. Di quelli frequentati da gente che ama il sesso estremo… Si chiama Euthanasia”), la figura di Giulia (ndr: la moglie defunta del protagonista Fabio Paleari) continuamente presente…  Possiamo proporre ai potenziali lettori un quadro impressionistico della tua precedente produzione?
R – Il mio esordio risale al 2003 con la raccolta di racconti “Piccole storie di nessuno”, poi il romanzo “No way out” e una nuova raccolta di storie brevi “Vanishing point” per chiudere una sorta di trilogia “della fuga”. Con i romanzi successivi, oltre a intraprendere un percorso diverso a livello stilistico, ho spostato la mia attenzione sul noir. Prima con “Euthanasia” e poi con “Nero imperfetto”, la prima storia che vede protagonista il mio personaggio seriale Fabio Paleari. Prima di “Rosso bastardo” è uscito “Il vizio di Caino” (ndr: potete leggere qui la nostra recensione: http://www.i-libri.com/libri/vizio-caino/) una storia auto conclusiva con un nuovo protagonista e in mezzo  racconti e romanzi brevi, alcuni dei quali usciti solo in digitale.

D – E veniamo a Fabio Paleari. Quanto ti assomiglia fisicamente (“… Il tuo aspetto centrifugato. I capelli arruffati  che avrebbero bisogno di un buon taglio, la barba di due giorni che tende a imbiancare e le mani spinte così a fondo nelle tasche…”)?
R – Abbiamo gli stessi capelli sempre spettinati, ma la somiglianza fisica finisce lì. Quando ho cominciato a pensare al personaggio, avevo davanti agli occhi Mickey Rourke in Angel Heart. Sciupato, stropicciato, ma ugualmente capace di bucare lo schermo. Però… fumiamo le stesse sigarette, Lucky Strike.

D – E per l’aspetto psicologico (“Guidare un po’ ti manca. Soprattutto di notte, quando. Perdersi è più facile”), quali sono le tue coincidenze con Paleari?
R – Qui i punti in comune sono di più. Condividiamo una sorta di umorismo macabro, una buona dose di cinismo e il bicchiere di entrambi è spesso mezzo vuoto. Amiamo entrambi la notte e siamo allergici ai buoni consigli. L’istinto prima di tutto.

D – Gli eroi dei gialli, dei thriller e dei noir hanno una (o più) caratteristiche distintive. Tu, per Paleari, hai scelto la narcolessia (“Funziona così la narcolessia. Non fa sconti e non si annuncia”)…
R – Volevo qualcosa che lo rendesse diverso dagli altri investigatori. Qualcosa di nuovo, insolito. L’idea è arrivata guardando un vecchio film con River Phoenix e Keanu Reeves, “My Own Private Idaho”. Inoltre, la circostanza che il mio personaggio sia affetto da narcolessia un poco mi diverte perché è il mio esatto contrario. Dormo pochissimo e mai più di quattro ore per notte.

D – Quali sono i tuoi riferimenti nella letteratura di genere? Cosa legge Ferdinando Pastori quando depone la penna?
R – Leggo di tutto. Sono un lettore onnivoro. Tuttavia, limitandomi alla letteratura di genere adoro l’hard boiled. Hammet, Chandler e Spillane. Più in generale, mi piacciono Carver, Jay McInerney, Leavitt, Palahniuk. Donna Tartt e Bret Easton Ellis. “Meno di Zero” è il mio libro feticcio.

D – Parlando delle tue scelte stilistiche, non possiamo ignorare il tuo uso personale della punteggiatura (“Ricordi che. Nel paese della bugia, la verità è una malattia – Gianni Rodari”). Come nasce questa particolarità?
R – Mi piace sperimentare. Provare qualcosa di nuovo. È nato tutto dall’esigenza di dare ritmo alla lettura, di focalizzare l’attenzione su una parola o una frase.

D – Un’altra peculiarità è il ricorso a proverbi (“La curiosità uccise il gatto, ma la soddisfazione lo riportò in vita, sussurri…”), fiabe, richiami bizzarri che vivacizzino la narrazione…
R – Vero. Me ne servo per tenere incollato il lettore, per non lasciare che la lettura rimanga qualcosa di superficiale. Inserisco qualcosa che, in un primo momento, sembra estranea al testo, ma che in realtà è funzionale allo stesso. Mantengo alta l’attenzione e costringo il lettore a farsi domande e cercare le risposte nel testo.

D – Ferdinando Pastori costella il suo profilo Facebook di interventi anche a sfondo poetico. Un esempio:
Celebrata la piccola morte,
rimaniamo.
Appagati, sfiniti.
Confusamente felici.
E nel sovrapporsi intimo dei respiri,
protetti dal silenzio delle luci,
abbozziamo ancora
tenaci simmetrie di labbra.”
Come colloquia questa dimensione con il piglio rude, cinico e dannato dello scrittore di noir?
R – Mi piace la poesia. Mi piace la musicalità del verso. Il ritmo che sa dare la punteggiatura. C’è molta poesia in quello che scrivo, forse perché i miei personaggi sono dannati, ma anche molto umani. Si può “fare” poesia in diversi modi, anche raccontando storie forti e dolorose. Cattive. C’è sempre un momento dove i sentimenti, positivi o negativi, prendono il sopravvento. Succede così anche nella vita di tutti i giorni. Bukowski ripeteva sempre “non vi venga l’idea che io sia un poeta”, ma ha scritto versi straordinari per potenza e capacità evocativa.

D – Quali sono i sentimenti che ti animano quando scrivi? Anche la compassione – con lievi venature di dolcezza – sembra avere un suo ruolo o mi sbaglio (“Ė ricoverata in coma al Niguarda… qualcuno ha appoggiato sul mobiletto a fianco del letto un orsetto di peluche… Maïranouche è una bambola rotta…”)?
R – È un continuo sovrapporsi di emozioni contrastanti. Ciò che mi ha sempre affascinato della lettura e della scrittura è  la possibilità di immedesimarsi in un personaggio. Vivere i suoi sentimenti ed emozioni. Positive o negative che siano. Puoi stare dalla parte dei buoni o dei cattivi. Provare pietà o rancore. Rabbia. Perdonare o scegliere la strada della vendetta.

D – Concludiamo con una domanda scherzosa, tratta dal romanzo. Ferdinando, “ma tu hai mai visto un pulcino di piccione?”
R – No e ancora adesso la circostanza mi lascia perplesso. Anche se la domanda che mi tormenta da sempre riguarda i canditi nel panettone. Perché continuano a metterli se la maggior parte della gente li toglie?
Ciao e grazie per l’ospitalità.

Siamo noi a ringraziarti, caro Ferdinando. Parlare con te (e leggere le tue opere “forti”) è uno spasso.

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