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Scrittori

Geena – intervista all’autrice de “La e senza accento”

a cura di Simona Comi

Geena, che ha da poco conquistato un angolo riservato ai suoi aforismi su i-LIBRI, che ci fa sorridere e pensare «È proprio vero!» dopo aver letto qualcuno dei suoi motti, ha scritto il suo primo romanzo La e senza accento, edito da Absolutely Free Editore.

Ho scritto questo libro perché non sapevo cosa fare della mia vita e avevo paura. L’ho scritto perché mi sentivo sola, anche se intorno a me c’erano tante persone. Carmen mi ha fatto compagnia e mi ha aiutato a capire…

L’avevo creata per me e ora la presento a voi. Perché scrivere è condividere, comunicare, liberare, vivere”.

Dopo una lunga serie di divertenti e spiazzanti sentenze, viene fuori un romanzo. È nata prima la Geena scrittrice di aforismi o la Geena scrittrice di romanzi?

Gli aforismi sono un modo di comunicare immediato e diretto e mi danno la possibilità di far capire in un attimo cosa sto pensando. Scriverli mi diverte molto… Mi scarica i nervi, in un certo senso. Sono nati con voi, con i lettori de i-LIBRI e della relativa pagina FB. Quando mi è stata offerta l’opportunità di parlarvi in diretta, ho scelto di farlo con brevità. Spesso scrivo di buon mattino e mi sembrava carino augurare il buongiorno e magari strappare anche qualche sorriso. Ci vuole allegria, nella vita! E te lo dice una che in passato versava il latte solo per poterci piangere sopra.

In che percentuale Carmen è anche Geena?

Carmen è anche Geena quando cerca disperatamente qualcosa.

L’inquietudine nasce dai dubbi, e i dubbi sono il frutto di desideri repressi che tentano di scuoterci, di farci cambiare strada. È troppo facile attribuire agli altri tutte le colpe, pensare che, se le cose non vanno come noi vorremmo, la responsabilità sia da attribuire a una società che non ci comprende o che ci costringe ad adattarci a schemi che non condividiamo. Il più delle volte siamo noi stessi a renderci schiavi, proprio come fa Carmen, che diventa prigioniera di un personaggio che non rispecchia, o almeno non rispecchia più, i suoi sentimenti.

Per essere più precisa, potrei dire che Geena “è stata” Carmen.

Carmen è una donna che utilizza il lavoro come una maschera; calata in un “ruolo maschile”, nasconde la sua fragilità di donna. Come mai la scelta di far “redimere” la tua protagonista piuttosto che farla continuare, con fermezza, per la sua strada?

Troppo spesso ci ostiniamo a percorrere una strada solo perché pensiamo che, a rigor di logica, sia la più giusta, la più comoda o la più soddisfacente. La cosa difficile non è andare avanti, ma saper tornare indietro. Carmen si mostra molto più coraggiosa quando va contro il personaggio che l’ha ingabbiata, quando capisce che la vita è soltanto una, e non possiamo sprecarla per un sentimento stupido come l’orgoglio.

Secondo te, le donne come Carmen sono tuttora passibili del giudizio della società?

Tutti siamo esposti al giudizio della società, sempre e comunque. Certo, ci sono persone che magari per il lavoro che svolgono lo sono in misura maggiore, nel senso che sono più numerosi i giudizi con cui si trovano a dover fare i conti. Ma la società sono anche tua madre, tuo zio, il parrucchiere e il professore di greco.

Il parere degli altri è fondamentale, perché la consapevolezza di sé nasce anche dal confronto. L’importante è che non diventi un’ossessione e, soprattutto, che non condizioni le tue scelte.

Un tuo aforisma recita: “Correggiti se sbagli”. È stato questo l’imperativo che è valso anche per la protagonista del tuo romanzo?

Precisamente. E grazie per la citazione, sei quasi riuscita a emozionarmi! L’unico modo per non sbagliare mai è stare fermi, non mettersi in gioco e nemmeno in discussione, accontentarsi di ciò che si ha, senza mai affacciarsi alla finestra per scoprire se c’è qualcosa oltre il giardino di casa. Una persona la puoi ferire con le parole, ma anche con il silenzio, e così è per la tua vita. Se la ignori completamente e lasci che se la cavi da sola, rischi di perderla per sempre.                                                        

Nella prima parte, i capitoli del tuo libro s’intitolano alternativamente “La e senza accento” e “La vocale stonata”. A me è parso che fornissero una sorta di chiave di lettura del romanzo e li ho rinominati, rispettivamente, “qualcosa che manca” e “qualcosa di troppo”.

Sì, l’intento era quello di fornire una chiave di lettura. Rendere chiaro sin da subito, ma in maniera non troppo esplicita, il fatto che Carmen sia divisa tra apparenza e verità. La narrazione si sviluppa su un doppio livello, su un doppio binario, proprio per far vivere al lettore la differenza tra ciò che la protagonista prova e pensa, e ciò che invece la maschera che indossa la porta inevitabilmente a fare.

Quanto credi di aver condiviso, comunicato, liberato e vissuto dopo l’uscita del tuo romanzo?

Credo di aver provato a condividere qualcosa di me, una porzione di sentire condita con pensieri presenti e passati, di aver provato a comunicare un desiderio e una speranza, di aver liberato una parte di cuore e di aver vissuto una grande emozione.

Parlando di ciò che accadrà, io mi aspetto, da un momento all’altro, di scartare un cioccolatino e di trovarci dentro una delle tue frasi crude e taglienti. Tu invece? Cosa si prospetta nel tuo futuro dopo questo primo esordio letterario?

Non male come idea… Mi è sempre piaciuto leggere le frasi dei cioccolatini! La domanda sul futuro, però, è davvero complessa… anche perché per me già pensare a cosa cucinerò stasera significa pensare al futuro. Facciamo così: non rispondo.

Per concludere, citandoti, vorrei domandarti: daresti qualche consiglio a chi ancora non conosce “la differenza tra Voglio e Vorrei”, cioè a chi, tuttora, non è riuscito a realizzare i propri sogni?

Chi vorrebbe, aspetta un invito. Chi vuole, prende e basta. Per realizzare i propri sogni occorre un po’ di sfrontatezza.

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