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Scrittori

Intervista a Ignazio Gori

a cura di Simone Pozzati

Intervista a Ignazio Gori – Un “anarchico” della scrittura

Dio dell’abbandono è la sua nuova raccolta di poesie per Augh! Edizioni

Ignazio Gori lo conobbi personalmente diversi anni fa, e fu uno dei primi scrittori in cui mi imbattei quando ero un neofita dell’editoria. Uno dei primi a stimolare la mia penna, incoraggiandomi a scrivere ma sopratutto a leggere… Ignazio é artista che attinge dai languori dell’esistenza, puoi trovarlo in un mercatino dell’ usato intento a spulciare tra vecchi volumi e c é anche il rischio che ti regali un banco intero di libri.  Puoi vederlo spuntare in un ristorantino sperduto dell’Agro Pontino mentre sei a cena con il poeta Veneziani o incrociarlo in qualche angolo di mondo a sedare la sua curiosità. Ignazio è così,randagio, senza regole, per nulla incline agli schemi ed è anche una delle penne più originali che abbia mai avuto la fortuna di leggere.  Ha sempre trattato temi borderline che spesso non gli hanno permesso di raggiungere il “grande pubblico” ma voglio azzardare nel dire che andrebbe letto perché domani qualcuno dei suoi libri potrebbe diventare storia della letteratura.  E credo di non esagerare nell’affermare ciò. Ignazio é un “anarchico” della scrittura, libero nel corpo e nell’anima e uno di quegli autori che vive ciò che scrive; uno scrittore da “prateria” prendendo in prestito l’azzeccata definizione che Niccolò Ammaniti fece in una prefazione ai libri di Fante.
Ma ora lasciamo che sia lui a raccontarci chi é attraverso le domande di questa intervista

D – Chi é Ignazio Gori …
R – L’autodefinizione non è mai sincera, ma se dovessi descrivermi direi di essere un appassionato di poesia, un ossessivo cinefilo, un indefesso erotomane …

D – Di cosa parla Dio dell’abbandono?
R – A differenza delle altre, “Dio dell’abbandono” è una silloge decisamente erotica, un grigio viaggio verso una gioia irraggiungibile. Sono la mancanza e la rassegnazione che mi permettono di scrivere poesie. Nient’altro.

D – C’è stato un evento particolare che ti ha spinto a scrivere la raccolta o si tratta di un “assemblaggio'” a posteriori, una semplice raccolta di esperienze?
R – Credo che questo sia il mio libro di poesie migliore, ma il caso ha voluto che non fosse un mio progetto. Il libro è stato voluto  da Ilaria Palomba, amica e scrittrice, che ha insistito affinché raccogliessi delle poesie sparse. È stata inoltre sempre Ilaria che ha coniato il titolo della silloge, tratto da un mio verso. Mi è stato detto che è un titolo molto “ebraico” – e in effetti lo è – ma trasmette esattamente lo spirito della silloge.

D – Quali sono i progetti per l’avvenire? hai altre raccolte di poesie o romanzi in lavorazione?
R – In ottobre per Ponte Sisto uscirà un libro-tributo ad Ave Ninchi, la grande attrice di cui quest’anno ricorre il ventennale della morte. L’anno prossimo uscirà un romanzo breve per Il Galeone, intitolato “L’onore”, tratto da una vera storia di transfobia.

D – Sei anche sceneggiatore teatrale. Ci racconti di questo tuo aspetto?
Il teatro e il cinema danno l’opportunità a poeti e narratori di esprimersi diversamente. Io amo la letteratura perché è un lavoro solitario; quando invece si scrive per il teatro o per il cinema ci si imbatte in un continuo scambio di idee e le cose si complicano ed è per questo che sono arrivato tardi a scrivere per il teatro. Ma è al cinema che punto maggiormente. Sto infatti scrivendo la sceneggiatura tratta dal mio libro-tributo  ad Ave Ninchi, come già detto, di prossima uscita; sarebbe una commedia amara perfetta per il cinema italiano odierno.

D – Come nasce una tua opera letteraria. Hai un preciso modus operandi oppure non ti affidi a nessun tipo di metodologia o particolare approccio?
R – Bisogna distinguere: la poesia nasce dall’esigenza di descrivere un preciso stato d’animo in un preciso momento, e poi lavoro sulla musicalità del verso, ma è come un lampo. Per la narrativa è diverso e lavoro per sottrazione. Spiegando meglio, scrivo una gran quantità di materiale, un tessuto amorfo, e da esso traggo un testo, come estrapolando un cuore da un cadavere. Asciugo un corpo fino all’anima, ma è sempre un lavoro di tipo “voyeuristico”. È come un’ossessione.

D – Nel tuo libro Lupi e agnelli (Diamond EditricE – cliccate qui) romanzo dalla tematica controversa c é in apertura una lettera di una grande poetessa italiana Alda Merini ti va di raccontarci qualche aneddoto legato alla cosa?
R – Conobbi Alda Merini quando ancora non scrivevo poesie e diventammo amici. Poi quando finalmente scrissi “Lupi e agnelli” glielo feci leggere sperando in una approvazione,  ma lei non si pronunciò sul libro in particolare, ma mi consigliò di non pubblicarlo, che se l’avessi fatto avrei sofferto, così come avrei sofferto se avessi pubblicato qualsiasi altra cosa. La poesia – e la letteratura in generale – è soprattutto confronto con se stessi, è dolore fisico. Disse proprio “è un percorso di macelleria”. Aveva ragione.

D – Se dovessi scegliere un frammento del tuo ultimo libro, quale sarebbe?
R – Nessuno lascio entrare/nei miei futili reati/ e affido l’onestà/ a un crescendo d’abbandoni.

Il link dell’opera sul sito della casa editrice

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