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Scrittori

Intervista a Ilaria Palomba

a cura di Simone Pozzati

Intervista a Ilaria Palomba, giovane promessa “eretica” della scrittura italiana 

Una penna originale, riconoscibile e dal timbro chiaramente scuro. I suoi romanzi fanno parlare. Alcuni sono intrisi e bagnati di filosofia classica, altri da nozioni di psichiatria. Leggendo i suoi scritti si entra dunque in un mondo di follie e psicanalisi. Un universo costruito su immagini forti che non conoscono reticenze freudiane.  Definirla è limitante, andrebbe letta.
La scrittrice pugliese, di adozione romana, rientra nella schiera dei nuovi giovani autori che raccontano il dissesto interiore. Si tratta a mio avviso di una promessa della letteratura italiana. Lo voglio dire a chiare lettere. Eretica a tal punto che se un domani vincesse lo Strega non ne sarei affatto sorpreso.  La Palomba non è politicamente corretta, questo la rende una voce fuori dagli schemi. E ci vuole coraggio, per dissentire, non allinearsi, esporre strati d’anima col rischio di ferirsi nel profondo. Ci vuole coraggio per dare alle stampe i propri demoni e consacrarli al giudizio di chiunque.
L’ultimo libro pubblicato si intitola Mancanza ed è un libro di poesie edito da Augh Edizioni. Ma Ilaria, nonostante la giovane età, vanta già decine di pubblicazioni ed è conosciuta sopratutto per i suoi romanzi tra cui ricordiamo Fatti male ( Gaffi ), Homo Homini Virus ( Meridiano Zero) e anche l’ultimo recensito in precedenza qui su www.i-libri.com (lo trovate a questo link), Una volta l’estate (Meridiano Zero).
Ma ora lasciamo che sia lei a raccontarsi o magari a dissentire su quanto detto fino ad ora.

D – Chi è Ilaria Palomba?
R – Non lo so, mi sto cercando.

D – Ci parli del tuo ultimo libro di poesie? Di cosa tratta?
R – Mancanza è un libro sull’amore passionale, da seduzione e abbandono. Ma è anche un libro sulla ricerca di sé in un mondo in cui l’io è morto, sulla ricerca di Dio in un presente in cui Dio è morto, sulla ricerca di un altrove in un’eternità senza redenzione. È un libro tragico sulla felicità.

D – Questa pubblicazione è nata per raccontare un particolare stato dell’anima?
R – La mancanza è una condizione necessaria per iniziare a filosofare. Non dimentichiamo che l’Eros platonico nasce da Ingegno e Povertà. Si cerca perché c’è qualcosa che manca, perché ci si manca.

D – Come nasce una tua opera letteraria?
R – Camus nel Mito di Sisifo ci pone dinnanzi all’assurdità del mondo, al cui cospetto possiamo scegliere se cedere alla tentazione del suicidio o credere in una trascendenza salvifica. Poi lui individua una terza via, che a me pare quella nietzschiana del vivere pienamente l’assurdo, incarnarlo, divenire l’uomo assurdo. Ecco, scrivo per vivere l’assurdo.

D – Un tuo vecchio romanzo  mette in luce il mondo della performing art. Spettacoli che anche tu hai avuto modo di fare, e che ancora oggi fai. Ci racconti questo tuo universo?
R – Homo homini virus è una catabasi di due amanti legati dalla volontà di emergere e dall’emarginazione sociale, in un presente senza eroi. La performance art è entrata nel romanzo come sfondo e scenario, in realtà io stavo parlando dell’essenza dell’umano. Ero ancora nella fase in cui l’unica scelta restava quella di dominare o sottomettersi. Ora cerco la terza via… c’è sempre una terza via… ce ne sono infinite, di terze vie…
Ho fatto delle performance. Qualche volta ho dichiarato di voler smettere e poi ne ho rifatte altre. Devo ricordarmi di non fare dichiarazioni pubbliche, non sono affidabile. Dunque c’è stato un incontro con delle persone, alcuni artisti – per esempio Manuela Maroli, Miguel Gomez e Antonio Bilo Canella, ma potrei citarne diversi altri – mi hanno regalato uno scorcio di altrove. Non so fare niente di base, non sono una ballerina, un’attrice, un’artista plastica, non sono nulla, mi sono lasciata abitare e sono avvenute delle cose. Tutto qui. Lo faccio anche con la scrittura. Per questo sono sempre grata a chi decide di accompagnarmi nel viaggio.

D – Sono invece rimasto colpito dal legame della tua tesi in filosofia sul narcisismo e le tematiche dei tuoi libri. Cosa pensi del narcisismo che impera nei nostri giorni? E cosa ne pensi sopratutto rispetto agli artisti anche in relazione all’avvento e all’utilizzo smodato dei social network?
R – Facebook ha scatenato senza limiti il narcisismo collettivo, anche se dire collettivo è un eufemismo, in quanto per il narcisista l’altro non esiste, se non come specchio del sé.
Il narcisismo non è più diagnosticabile come patologia in quanto troppo diffuso. Ma non vuol dire non sia una piaga, una piaga sociale. Penso alle relazioni di coppia, sono impossibili. Relazionarsi a un narcisista corrisponde a venire ingannati e manipolati costantemente. I narcisisti non tollerano le frustrazioni. Ne conosci qualcuno? Io direi chi le tollera più. I narcisisti credono di non avere ciò che spetta per natura, e applicano una sorta di violenza su tutti coloro che li circondano per riprendersi ciò che è stato sottratto a loro. I narcisisti tradiscono perché per loro gli altri non sono compagni di vita, ma stendardi da esibire in pubblico. Uno non basta. Loro sentono il bisogno della conquista, sempre. Una volta vinta una sfida, passano a un altro obiettivo (un’altra vittima), possibilmente migliore (in termini di valutabilità mediatica). I narcisisti invidiano e odiano chi è più in alto nella scala sociale ma si sottomettono a questi, distruggono chi mostra interesse sincero e affetto per loro, usano costoro come generatori di conferme e poi li gettano.
Ho avuto, e ho, seri dubbi sulla questione abbandonare Facebook o restarci. Ci sono vantaggi e svantaggi. Ora, da un punto di vista sociologico i social network hanno una loro funzionalità comunicativa e interattiva. Da un punto di vista di marketing sono utilissimi: non avrei pubblicato in Germania se Tom Müeller non avesse scoperto Fatti Male qui su Facebook, e probabilmente non avrei lettori. Da un punto di vista psicologico possono essere molto pericolosi. La dipendenza e la distrazione sono due sintomi. Ci si prefigge spesso di usare i social solo a scopo professionale/divulgativo ma si finisce per sfogarsi, raccontare cose di sé in passato relegate al diario, oppure inventarsi totalmente un’identità distante dalla propria verità. Fin qui tutto bene. Stiamo giocando. Ma fino a un certo punto. Ci si incontra e scontra sulla base di identità fasulle, mascherate dalla prospettiva sempre vincente che i social richiedono perché in fondo, pensateci, sono il banco di un grande mercato. E noi, come pesci nella rete, immobili, quasi morti, seppelliti nel cimitero di noi stessi, vediamo i nostri sogni ridursi a like e cuoricini. Facebook è diventato il metro del valore degli esseri umani. C’è questo narcisismo dilagante che rende tutti adolescenti a vita, e attira tutti in una sorta di ancestrale lotta per la supremazia della carne, della conoscenza, dell’esibizione, irretiti nella promessa di una felicità fisica e terrena, nella promessa di un’eternità che dura un istante. Ho visto amicizie finire, su Facebook, storie d’amore perdersi nella paranoia da controllo dei like. Invidia e gelosia imperversare ovunque come demoni malefici nutriti dagli sguardi e dai dinieghi. Gente fragile, pubblicamente ingiuriata.
E nonostante tutto scelgo di restare. Ma, intendiamoci, è una resa. Qualcuno può permettersi di non promuoversi su Facebook, coloro che dispongono di mezzi altri per divulgare il proprio operato. Loro possono permettersi di evitare la degradazione dell’autopromozione.
Assisto costantemente a un falso comunitarismo che svela in realtà un egoismo mostruoso. Una psicosi da visualizzazioni in cui ciascuno pretende di espandersi ai danni del prossimo, trattato come un contatto da allisciare, perché fa numero, e poi scavalcare. No, ragazzi. Questa non è comunicazione. Questo è non vedere l’altro. Questo è un muro immondo. È pericoloso. Non riguarda solo i social. È il mutamento intrapsichico che rovina e rovinerà l’autenticità delle relazioni negli anni a venire.
Il problema è la deprivazione sensoriale. Utilizziamo solo due sensi qui sopra: la vista e talvolta l’udito. Questi due sensi non sono abbastanza per definire una persona. Non potete innamorarvi di foto ritoccate, frasi ben scritte, spezzoni di film e brani musicali. È solo proiezione. Non potete guardare una foto un po’ osé e andare spediti a provarci in modo esplicito e ineducato con la tizia che, nella stragrande maggioranza dei casi, non sta adescando nessuno, è solo un’insicura che ha bisogno di mostrare i seni per sentirsi apprezzata. E soprattutto, aziende, agenzie, scuole, non potete giudicare il valore umano e artistico di una persona da quanti like ha. Il rebus s’intrica. Siamo tutti qui, incazzati con l’andamento dell’incivile società civile, ma fomentiamo tutto ciò che la rinvigorisce. Perché siamo tutti, volenti o nolenti, capitalisti. Alcuni lo sono attivamente, altri passivamente. E per capitalisti non intendo gente ricca, intendo schiavi del sistema capitalistico. Perché siamo in vendita. E abbiamo un prezzo. Dimostrami il contrario.

D – Un frammento della tua ultima opera?
R – Siamo mancanze
che s’incontrano
specchiandosi
nei vuoti.

http://www.ilariapalomba.it/

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