oppure Registrati
Scrittori

Intervista a Katya Maugeri

a cura di Simone Pozzati

Intervista a Katya Maugeri – Simone Pozzati dialoga con l’autrice di Liberaci dai nostri maliInchiesta nelle carceri italiane: dal reato al cambiamento, Villaggio Maori edizioni. 

Liberaci dai nostri maliInchiesta nelle carceri italiane: dal reato al cambiamento è il primo libro di Katya Maugeri, una giornalista siciliana da sempre impegnata e affascinata da tematiche sociali di forte impatto. La pubblicazione in questione affronta il tema della detenzione in carcere. Tra queste pagine prendono vita riflessioni per nulla banali. Le abbiamo affrontate con Katya anche in questa intervista per www.i-libri.com
All’interno del volume pubblicato da Villaggio Maori edizioni, introdotto dalla prefazione di Claudio Fava, diversi capitoli si fanno testimonianza aperta, racconto ed esperienza, abbattendo i muri che dividono i detenuti dalla realtà esterna.  Le foto di Alessandro Gruttadauria arricchiscono le pagine conferendo all’opera il registro del reportage. Tuttavia lo stile non è quello cronachistico tipico del giornalismo. La Maugeri si immerge nei vissuti, la penna è colma di emozione, d’altronde non si può affrontare un tema così delicato restando impassibili e neutrali. Il libro si conclude con la postfazione di Salvo Palazzolo, giornalista del quotidiano La Repubblica. 

D – Chi è Katya Maugeri?
R – È una donna che ama oltrepassare le definizioni, e guardare l’essenza delle cose, delle persone, dei sentimenti. È una giornalista che ama il proprio lavoro.

D- Come mai ha scelto di affrontare questa tematica piuttosto forte?
R – Quella carceraria è una realtà che amiamo guardare da lontano: per timore, per superficialità e perché è comodo alimentare i pregiudizi e non guardare con i propri occhi.
Cosa pensi in merito alla detenzione dei carcerati? Vi è un percorso di riabilitazione adatto a reintegrare i detenuti?
In molti carceri, come in quello di Augusta, sono presenti numerosi percorsi di riabilitazione finalizzati al reintegro dei detenuti nella società: dal teatro alla ceramica, laboratori che aiutano a relazionarsi con gli operatori e con la gente che viene ad assistere agli spettacoli. Questo percorso valorizzato dalla presenza di volontari, assistenti sociali e altri operatori andrebbe tutelato anche dopo la fine della pena: la società lì fuori è pronta ad accoglierli? L’emarginazione, la mancanza di un’assunzione potrebbe indurre l’ex detenuto a ritornare in quel circolo vizioso, e riprendere nuovamente le strade secondarie. Le scorciatoie.

D – A tuo avviso cosa determina il sottile confine tra pentimento e recidività?
R – La detenzione è un momento di distacco dalla routine, il tempo è percepito in modo diverso, scandito da ritmi lenti. Dovrebbe agevolare, così, la riflessione. Smaltita la rabbia, gli errori commessi dovrebbero emergere e pian piano essere elaborati, per superare la colpa fino al raggiungimento della responsabilità. Il confine tra pentimento e recidività è molto sottile e credo dipenda dalla volontà di rimettersi in gioco, dal desiderio di volersi bene e dalla libertà di poter scegliere di essere un uomo migliore.

D – Ti sei trovata ad ascoltare storie dove il confine tra reato e necessità era sottile?
R – Sì, alcune di queste storie sono figlie della “necessità”. La perdita del lavoro, una famiglia da portare avanti e un ambiente ostile con il quale confrontarsi. La strada più semplice: soldi facili, potere, indipendenza (apparente) e sfiducia nelle Istituzioni.

D – Cosa hai provato nell’ascoltare quelle storie a livello emotivo?
R – Mi sono sentita trascinata all’interno di una realtà apparentemente invisibile e che invece ci cammina accanto. Quella di ragazzini che a dodici anni sono già dipendenti dall’eroina e, pur di procurarsela, uccidono e rubano, o di un padre che organizza una rapina con un tagliacarte, di uomini che portano addosso l’odore del sangue e le ombre della loro coscienza.

D – Hai sviluppato particolari riflessioni?
R – Dovremmo imparare a nutrire la nostra curiosità e andare oltre i pregiudizi, l’indifferenza e i muri costruiti che ci tengono lontani dalla realtà. Anche se cruda e fastidiosa, perché ascoltare un detenuto, raccontarne la storia non è giustificare i reati, ma riconoscerlo come uomo.

D – Ti va di condividere con noi un piccolo passaggio del tuo libro?
R – “Servirebbe un secondo tempo per quelli come me. Una vita da poter intraprendere come al secondo tempo di un film, o al secondo capitolo di un libro molto lungo. Quelli con tantissimi capitoli, ma che non ti stanchi mai di leggere perché a ogni rigo ritrovi un buon motivo per andare avanti. Il mio primo capitolo però è durato troppo e l’ho rovinato. Ma non posso permettermi di danneggiare, oltraggiare le pagine successive. Le cattive compagnie, quando le hai sotto lo stesso tetto, sono devastanti”. 

D – Hai curato anche un altro progetto legato alla stessa tematica carceraria, un video…
R – Un anno fa, dopo aver collaborato precedentemente a un altro progetto con i detenuti della casa di reclusione di Augusta, è nato “Oltre le sbarre”, un video reportage realizzato insieme ad Alessandro Gruttadauria e Salvo Gravina. Abbiamo raccontato il confine tra reato e cambiamento attraverso le esperienze dei detenuti che, grazie all’art 21, possono svolgere lavoro gratuito all’esterno a favore di enti locali e associazioni di volontariato. Il reportage quindi è stato realizzato nei luoghi dove si svolgono le attività: scuole, strade, uffici comunali. Interviste che hanno permesso di dare voce a coloro che sentono di aver intrapreso un cammino rieducativo.

Simone Pozzati

Risultati immagini per katya maugeri liberaci

LEGGI COMMENTI ( Nessun commento )

Aggiungi un tuo commento

Devi effettuare il login per aggiungere un commento oppure registrati

Libri dallo stesso autore

Intervista a zzzzzzzzzz

Nessun Libro per questo autore trovato

Text selection is disabled by content protection wordpress plugin