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Scrittori

Intervista a Marilù Manzini

a cura di Simone Pozzati

Intervista a Marilù ManziniLa cura della vergogna il suo nuovo romanzo (ndr: cliccate sul titolo per visualizzare la scheda del libro)

 Marilù Manzini la conobbi intorno ai vent’anni attraverso le pagine di un romanzo. Il libro in questione si chiamava Il quaderno nero dell’amore, me lo prestò una mia amica, Giulia. Giulia aveva l’odore più buono che avessi mai sentito in vita mia. All’epoca aspiravo a diventare uno scrittore, ma non avevo pubblicato nulla, nemmeno un racconto. Con Giulia ci vedevamo di notte, solo la notte, e ce ne stavamo rinchiusi nella sua Ka a raccontarci cose, a parlare di eventi paranormali, di sogni, oppure a guardare film comici con il portatile in auto o ancora sdraiati sui sedili anteriori, io con una chitarra a cantarle canzoni scritte tre o quattro ore prima d’incontrarla. In quel periodo abbiamo girato in lungo e in largo tutto l’Agro Pontino e le città limitrofe, sopratutto la nostra, che divenne una sorta di paradiso privato. Andavamo infatti ogni notte incontro all’alba, quando le piazze svuotate offrivano lo spettacolo delle strade sgombre e il silenzio era interrotto soltanto dal gorgogliare delle fontane. Fu sempre lei a suggerirmi che la mia testa era sprecata, che avrei dovuto crederci per davvero, ce l’avrei fatta… che ero fatto per cose come la filosofia o simili e sopratutto per la scrittura. Non aveva tutti i torti, per quanto io sia una delle persone più autocritiche sulla faccia della terra . Per un lungo periodo ci siamo persi di vista con Giulia. Nel frattempo io avevo compiuto i primi passi verso ciò che volevo. Ed ora eccomi qui a intervistare Marilù Manzini, una scrittrice che io leggevo sulle pagine di un libro entrato nella mia vita per caso, quando la Scrittura vera non sapevo manco cosa fosse. Quando ero solo un profano.  Diversi anni fa mai avrei pensato di trovarmi qui, in questo preciso momento, a raccontarvi del nuovo romanzo di Marilù, mai avrei pensato di averla con me in una pubblicazione uscita lo scorso maggio.

La cura della vergogna per me è rendersi conto che quando si inseguono i sogni non bisogna mai aver paura di fare gaffe. Perché le figuracce sono il bello della vita. E bisogna fregarsene di poter apparire impacciati o goffi.  La perfezione non ci appartiene, ma ci appartiene il tentativo disperato di somigliarvi.  I sogni spesso sembravano irraggiungibili e invece comprendi che il segreto sta nel tuffarsi, nel crederci, nel sacrificarsi fino in fondo.

Scusatemi per questa lunga digressione scritta di pancia e nemmeno troppo bene. Ma era dovuta.
Ora voglio aprire quest’intervista con le parole di Marilù perché per me non ha bisogno di presentazioni.

A proposito del suo romanzo ha dichiarato: Un trentenne blindato nella sua gabbia di solitudine e paure. Un nonno, psichiatra novantenne, che rompe quelle sbarre e lo costringe a uscire allo scoperto con la forza della saggezza, dell’ironia, dell’amore. E di una contagiosa leggerezza. Due vite, due destini a confronto che si intrecciano nei loro sogni e fallimenti, a restituire le diverse tappe di quella formidabile avventura umana che a ciascuno di noi tocca attraversare.
Questa è una sintesi della storia che troverete nel mio nuovo romanzo. Ma la Cura della Vergogna è molto di più. È una favola per adulti. È un gioco che potete fare anche voi seguendo le regole e le prove della CURA per vincere la timidezza. È una storia d’amore. È una storia di vita. E tanto altro.

D – Domanda marzulliana… chi è Marilù Manzini?
R – Marilù S. Manzini è un artista a 360 gradi. Però non so ballare , cantare o scrivere una canzone, per quello credo di essere proprio negata, anche se scrivo poesie, ma non è assolutamente la stessa cosa. Scrivo romanzi, dirigo film da regista, dipingo quadri, faccio sculture, faccio fotografie e, se me lo chiedi, so anche disegnare un abito o della bigiotteria o degli accessori come borse o occhiali. Io provengo da una famiglia che aveva un’azienda nel campo della moda, quindi è facile per me saper fare cose anche più pratiche che non siano solo scrivere un romanzo. Poi certe cose le faccio meglio, per altre c’è sicuramente un margine di miglioramento, non devo essere io a giudicarmi, per questo ci sono gli altri. 

D – Ci parli più in dettaglio del tuo ultimo romanzo La cura della vergogna?
R - La Cura della Vergogna è un gioco fondamentalmente. È tante altre cose, ma soprattutto un gioco fatto di prove e di regole un po’ fantasiose applicate nella vita di tutti i giorni per vincere la timidezza. Ricorda le cure psichiatriche del famoso psichiatra italiano Nardone. Ma non conoscevo Nardone quando ho scritto il romanzo, me l’ha fatto notare un amico psichiatra dopo averlo letto. Le coincidenze nella vita sono quello che mi fa ancora sorridere, sono il sale della vita, credo. È un gioco perché il gioco è la cifra stilistica dei miei romanzi, è la mia impronta nella sabbia, il mio marchio di fabbrica, il gioco è presente in tutti i miei romanzi. In Io non chiedo permesso si manifestava attraverso la famosa “data di scadenza” e il macabro rituale del finale, nel Quaderno nero dell’amore c’era il gioco dell’agenda dove appuntare meticolosamente i rapporti sessuali con tanto di votazione finale, in Se siamo ancora vivi c’erano la lista delle ultime dieci cose da fare prima di morire, che si svolgevano in una sola notte, e il gioco tra i due protagonista per portarle a termine.  Io amo molto i giochi, mentali e non, sono rimasta un po’ infantile, si vede, anche se una parte di me è molto antica, anziana, se no non sarei riuscita a scrivere in modo credibile il protagonista del mio ultimo romanzo Il Grande Vecchio nonno psichiatra. La Cura della Vergogna è anche una favola contemporanea per adulti. È la storia di due vite a confronto che si curano l’un l’altra in qualche modo. È un romanzo di cura interiore e tante altre cose, ma non sveliamole tutte.

D – Ti va di raccontarci della tua attività da regista? In particolare del film tratto dal tuo romanzo Il quaderno nero dell’amore, che hai anche sceneggiato?
R – Il film tratto dal mio romanzo Il Quaderno nero dell’Amore si intitola semplicemente QN. Ho scritto anche la sceneggiatura, ci ho messo tre mesi. Era la prima volta che lo facevo, per quello ci ho messo parecchio per i miei standard. Io impiego un mese a scrivere un romanzo di solito. Ma non perché tiro via, ma semplicemente perché ho passato magari un anno a pensarlo, è tutto nella mia testa, quando arrivo davanti al computer so già tutto quello che andrò a scrivere. Parola per parola. Comunque non è stato difficile scrivere la sceneggiatura, è stato divertente, poi io ho una scrittura molto visiva e i miei romanzi sono già dei piccoli film. Per questo mio primo film ho adottato uno stratagemma, per evitare la famosa frase di tutti quelli che hanno letto un romanzo e poi vanno al cinema a vedere il film ed escono dalla sala dicendo “Ah, ma è meglio il libro”: ho scritto quasi una storia parallela, ho aggiunto scene nuovissime che nel romanzo non ci sono, è come se avessi scritto un secondo Quaderno nero dell’amore pur rimanendo fedele all’originale, non è stato facile. Invece l’esperienza sul set è stata meravigliosa, avevo sessanta persone che dipendevano da me e dal mio umore, un’esperienza edificante, bisogna avere tenacia e mai perdere il controllo di se stessi e del set. È bellissimo fare il regista soprattutto di una cosa tua. È come fare qualcosa dall’inizio alla fine senza perdersi nulla, come fare il giro del mondo e vedere proprio tutto, ecco una cosa del genere.

D – Oltre all’attività di giornalista, scrittrice e regista, ti occupi di scultura, pittura e fotografia. Hai mostre, esposizioni in programma?
R – Sì, ho una personale in programma molto importante nell’autunno del 2019 a Milano  con la conosciuta gallerista milanese Paola Colombari , e dopo vorrei portarla in giro per il mondo nei luoghi dove andrà il film. È una mostra con quadri nuovissimi fatti con tecniche sperimentali, sono due anni che ci sto lavorando, arriverò al terzo anno nel 2019, è una cosa a cui ho dedicato tantissimo tempo. E poi a Marzo del 2019 sarò a Milano con due fotografie in una mostra fotografica molto importante Mia Photo Fair.

D – Hai altri romanzi nel cassetto?
R – Ho sempre un libro nel cassetto. In questi giorni sto proprio scrivendo un romanzo nuovo, ma non sarà il prossimo che uscirà, perché quello lo avevo già scritto anni fa. Il mio sogno letterario nel cassetto è sempre stato quello di scrivere tutti i generi presenti in letteratura. Non lo ha mai fatto nessuno, l’unico che ha fatto qualcosa del genere è stato Raymond Queneau: in Les temps mêlés (1941) presenta uno stesso avvenimento in tre stili diversi, in Exercices de style (1947) si allineano 99 versioni diverse, specialmente nella manifestazione linguistica, dello stesso fatto banale. È qualcosa d’incredibile quello che fatto Queneau. Fino ad ora ho pubblicato quattro romanzi e sono quattro storie e quattro generi differenti, spero di riuscire a continuare in questa mia sperimentazione letteraria e di arrivare anche al genere di fantascienza e storico, ma dello storico ho molta paura, non sarà facile. 

D – Progetti per il futuro?
R – Ho tanti sogni più che progetti. Vorrei continuare a trarre film dai miei romanzi. Continuare a fare mostre. E poi aprire un negozio a Milano con le mie creazioni modaiole. Mi piacerebbe che le ragazze andassero in giro con al polso una mia polsiera o stringendo tra le mani una mia borsetta. Sarebbe una cosa molto carina. Come una chiacchierata tra amiche.

Link dell’artista

https://www.facebook.com/marilu.s.manzini/

https://www.marilumanzini.com/

https://www.youtube.com/user/MariluManzini?fbclid=IwAR1jmlILTRLCSrw-Dj7cEPmdyhaIjRBgk17G_y8dtJdXLKvcqjX9r75Tzew

pagg. 200 – € 15,00

ISBN: 978-88-8248-406-4

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