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Scrittori

Valter Binaghi – scrittore, blogger e insegnante di storia e filosofia

a cura di Stefano Costa

Intervistiamo oggi – e ringraziamo per la disponibilità – Valter Binaghi, scrittore, saggista, blogger, insegnante di Storia e Filosofia in un liceo di Milano, voce nitida nel panorama letterario odierno.

(1) La tua produzione è molto variegata: annovera diversi saggi, tra gli ultimi Johnny Cash. The man in black (Arcana edizioni) e 10 buoni motivi per essere cattolici (Laurana edizioni, scritto insieme a Giulio Mozzi) e molti romanzi, tra i maggiori sicuramente I tre giorni all’inferno di Enrico Bonetti cronista padano (Sironi editore). Scrivi anche sulla rivista on-line «Torno Giovedì». E questo solo per citare la tua ultima produzione, una produzione in cui la vera cifra stilistico-contenutistica sta, secondo me, nella riflessione filosofica.

Puoi dire che nel tempo il tuo approccio nei confronti della letteratura sia cambiato o è rimasto sempre identico?

Direi che, nei fondamentali, sono rimasto fedele a un’ispirazione iniziale. Concepisco la letteratura come costruzione di simboli, forme articolate in cui si allude come si può all’indefinibilità del mondo. Non didascalia, cioè allegoria a chiave, dove la forma letteraria sarebbe traducibile in un qualche tipo di teoria filosofica del reale, ma intuizione estetica, che prova precisamente a trascendere l’ordine puramente logico del discorso. La mia formazione e professione risalgono più alla filosofia che alla letteratura, e questo ha certamente avuto la sua importanza, ma anche la percezione di vivere nel guado di una crisi epocale, dove le categorie della rappresentazione sociale tradizionale risultano inadeguate, e ci si chiede più un’anticipazione del futuro che una sintesi del presente. Nei miei romanzi però ho messo sempre al centro il paesaggio italiano, la mutazione italiana, non per amore di provincia, ma perché fa parte della responsabilità dello scrittore la dichiarazione di un radicamento concreto, e poi perché si scrive bene solo di ciò che si conosce.

(2) Tra le tue attività vi è anche quella del blogger, non solo ne gestisci uno tuo, Doctor Blue and Sister Robinia, ma sei molto presente in rete.

Che influenza ha avuto (se ne ha avuta, ovviamente) sulla tua letteratura questo tipo di attività? Intendo: tra le opportunità offerte dalla rete vi è anche quella di poter intervenire in tempo reale in discussioni su piazze virtuali, di confrontarsi con gente con cui difficilmente si potrebbe interagire. Per molti, quest’opportunità è qualcosa di estremamente positivo.

Come credi quindi che l’attività di blogger possa influire oggi su chi scrive?

Indubbiamente può influire, ma non tanto sul contenuto della narrazione (anche se mi è capitato di scrivere un capitolo ambientato a Odessa dove non sono mai stato ma di cui ho facilmente acquisito informazioni e immagini nel Web), bensì proprio sulla conoscenza dell’interlocutore cioè del lettore, e anche del collega, cioè dello scrittore, da cui si può imparare o prendere distanza. La sindrome narcisistica da esibizione, il livore furibondo di certi scontri, la libidine dell’onnipresenza sono forme del contagio che coinvolgono un po’ tutti noi, ma che lo scrittore può studiare (anche sulla propria pelle), e provare a rappresentare la mutazione antropologica cui stiamo partecipando.

(3) Durante l’estate appena trascorsa s’è assistito all’iniziativa presa dal gruppo TQ di farsi carico della risoluzione (o del tentativo in tal senso) di problemi legati agli ambiti sia editoriale sia politico-sociale, nei confronti dei quali sei stato molto critico. Non ti chiederò in questa sede di parlarmi male o bene di loro e delle loro iniziative, ma parto semplicemente da qui per chiederti come credi sia cambiato il ruolo del “militante” nel tempo e qual è stata la tua esperienza al proposito.

Ho partecipato in modo attivo negli anni Settanta a quella che per molti è stata l’età aurea della “controcultura” (sono stato per un anno redattore della rivista Re Nudo e ho pubblicato tra i venti e i ventitre anni libri dedicati ai Pink Floyd e a Lou Reed per l’editrice Arcana), ma ci ho messo poco a capire che già nel ’79, dopo il delitto Moro, non solo l’Italia aveva perso la sua innocenza, ma soprattutto la cosiddetta controcultura di estrema sinistra. Quando la possibilità reale di una rivoluzione svanisce, chi continua a protestarsi “alternativo” sviluppa una cattiva coscienza, perché ciò che in realtà sta facendo è provare a trasformare la rivoluzione in un mestiere più o meno redditizio. Da allora a oggi, l’occupazione sistematica di cattedre universitarie, redazioni di riviste e case editrici, e poi anche dei maggiori blog collettivi da parte di stanchi ripetitori del gauchisme alla francese, non corrisponde ad alcuna superiorità morale o culturale: sono conventicole che si legittimano reciprocamente e praticano il gioco dell’esclusione e dell’inclusione sulla base di rudimenti ideologici o addirittura amicizie personali, criteri che non hanno niente a che vedere con la qualità. Di questa gente, di questi circoli, si dovrebbe cominciare a fare a meno, se si vuole diventare un paese civile, almeno quanto è necessario sbarazzarsi del berlusconismo.

(4) 10 buoni motivi per essere cattolici, scritto insieme a Giulio Mozzi (Laurana edizioni) è uno dei tuoi libri che, almeno negli ultimi mesi, ha fatto molto parlare di sé. Molte persone si sono spese non solo per recensirlo ma anche per battersi con o contro di esso. Credo che questo, al di là di tutto, sia indice della capacità (tua e di Mozzi) di saper penetrare un tema così delicato e criticabile.

Com’è nata l’idea di questo libro? Quale suo aspetto, secondo te, ha maggiormente scosso l’attenzione dei lettori?

Io e Giulio ci conosciamo da cinque anni, da quando lavorava in Sironi e ha pubblicato il mio “I 3 giorni all’inferno di Enrico Bonetti, cronista padano”. Il suo blog, “Vibrisse”, tra i più interessanti della Rete, è stato fin da subito uno dei miei più visitati, e lì spesso mi è capitato di commentare, esprimendo considerazioni teologiche e sociali di un cattolico non troppo “allineato”. La proposta del libro è arrivata da Giulio questa primavera: un libro agile ma non superficiale, che proponesse il cattolicesimo innanzitutto come “narrazione”, visto che fin troppo spesso viene identificato col trito moralismo di alcuni dei suoi seguaci. Il libro è stato scritto in 40 giorni esatti (numero biblico, quant’altri mai), molto recensito e ben accolto dai lettori: direi che la cosa che ha più colpito è stata proprio la trattazione di temi biblici e teologici da parte di due narratori.

(5) Non posso non farti una domanda sulla tua attività di professore. Sulla situazione della scuola italiana si potrebbero dire molte cose ma questa sede, giustamente, non ci permette di essere troppo esaustivi, se non altro per ragioni di spazio.

Mi limiterò dunque a chiederti se ai tuoi studenti leggi anche tuoi libri, come cerchi di trasmetter loro l’amore verso i libri.

Senz’altro provo ad indirizzarli alla lettura, visto che l’ambiente mediatico egemone è quello della televisione e dei social network e non si può più dare per scontato come un tempo che un liceale sia un vero lettore. Dei miei libri sanno, qualcuno ne legge, ma trattandosi di romanzi non mi permetto di consigliarli esplicitamente. Diverso il caso di un saggio filosofico che ho appena terminato, “Mundus Imaginalis”. Quando avrò trovato un editore, probabilmente lo userò anche nella programmazione scolastica perché raccoglie le mie ricerche più che ventennali sul tema dell’immaginazione simbolica.

(6) Quali sono stati, se ve ne sono stati, i tuoi maestri?

Visto che il tema di fondo è la letteratura, direi che tra gli scrittori italiani più recenti ho certamente subito l’influenza di Tullio Avoledo. Dopo aver divorato i suoi primi libri l’ho cercato, siamo diventati amici, ma resta il fatto che l’impulso decisivo a buttarmi a capofitto nel romanzo è stato il suo “L’elenco telefonico di Atlantide”. Tra gli scrittori nostri del Novecento, citerei su tutti Mario Pomilio e Giuseppe Pontiggia. Mi piacciono (e credo di aver imparato molto, per quanto riguarda una certa veemenza, una prosa che scazzotta il lettore che ho usato ad esempio in “Devoti a Babele”) scrittori americani come John Fante, di cui adoro il ritmo e l’ironia, e le prime cose di Chuck Palahniuk.

(7) Progetti editoriali per il futuro? Hai qualcosa nel cassetto?

Nel cassetto c’è il saggio di cui ho parlato, e un romanzo d’argomento familiare (storia di padre e figlia), che non hanno ancora un editore. Ce l’ha invece, ed è Newton Compton, (ma non so quando uscirà) un altro romanzo di cui il protagonista è un professionista del poker. Infine, sto lavorando a un romanzo storico ambientato nell’Italia antica, con protagonista femminile, che conto di terminare entro il prossimo gennaio.

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