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Scrittori

Intervista ad Alessandro Soldati, autore di Andrà bene di sicuro

a cura di Alessandra Allegretti

Dopo aver lettoAndrà bene di sicurodi Alessandro Soldati, abbiamo intervistato volentieri l’autore sul suo romanzo, sulla scrittura e sulla vita in generale. Lo ringraziamo della gentilezza e della condivisione.

D – Nella nota tu scrivi: “Quello che hai in mano non è un romanzo sugli aeroplani e sugli aviatori che ci stanno dentro.” Il personaggio principale è un aspirante pilota e tu sei un pilota. Un caso?
R – Più che di un caso si è trattato di una necessità! Mi spiego meglio: l’idea di scrivere una storia di questo tipo mi era venuta in seguito all’ennesima discussione che avevo ascoltato riguardo alla vicenda dei nostri due Fanti di Marina, accusati di omicidio e detenuti in India da un numero vergognoso di anni. Mi sono accorto che chi si sente dalla loro parte commette spesso lo stesso errore di chi si schiera contro. Entrambe le fazioni difendono o accusano le Uniformi, dimenticando che dentro ci sono due individui. Non è certo un caso, dato che la questione è prettamente politica; credo che entrambe le correnti di pensiero siano alimentate ad arte da gente che intende sfruttare la vicenda, più che risolverla, e volevo dirlo forte e chiaro.
Per questo motivo mi ero impegnato a scrivere un racconto che descrivesse una persona qualunque che sceglieva di vestire l’Uniforme per qualche motivo assolutamente ordinario, ma che in seguito, e proprio in virtù di quella scelta, si sarebbe trovata coinvolta in faccende straordinarie. Non avendo le idee molto chiare su quali fossero i criteri di selezione, i metodi di addestramento e le difficoltà che incontra un Fante di Marina ho ripiegato sul Pilota dell’Aeronautica Militare, cosa che alla fine mi avrebbe permesso di esprimere lo stesso concetto con molta più cognizione di causa.
Necessità quindi, dovuta alla mia perfetta ignoranza in ambito marinaresco, quindi necessità anche di chiarire il punto, ed io l’ho fatto nella frase che tu menzioni. Avendo io vestito personalmente quell’Uniforme, tutto il romanzo avrebbe altrimenti rischiato di essere scambiato per un’autobiografia, cosa che ho voluto negare in maniera esplicita.

D – Le descrizioni dei personaggi e i brevi ritratti secondari sono davvero molto efficaci. Sembrerebbe che questi personaggi tu li abbia conosciuti. C’è qualcosa di autobiografico in questa storia?
R – Ecco, qui sono stato scandalosamente autobiografico! Va detto che, prima che esistessero i telefonini, per poter seguire la comitiva degli amici era necessario essere presenti nel momento in cui questa si spostava dal punto di ritrovo, e questo punto di ritrovo nei paesi di provincia era il Bar. Non esisteva nemmeno nessun tipo di social network, perciò la gente aveva ancora l’abitudine di parlare; ogni bar aveva diverse generazioni di avventori e diversi gruppi che si affrontavano in discussioni memorabili riguardo a qualunque argomento.
Ho ammirato per anni le acrobazie di autentici giganti della retorica che sostenevano dibattiti infuocati e spesso risultavano più che autorevoli pur non avendo la minima idea di quello che stavano dicendo. Personalmente sento molto la mancanza di quel tipo di situazioni, ed ho voluto farle rivivere. I personaggi sono inventati, ma non mi stupirei se le chiacchierate che riporto fossero davvero avvenute.

D – Ora qualche curiosità per gli autori esordienti e per gli amanti della scrittura. Quando hai scoperto questa passione?
Per me scrivere è sempre stato importante. Molte cose le scrivo per mettere ordine nei miei pensieri, e devo dire che spesso funziona. Credo che sia perché quando una cosa la vedi scritta, specie se non è scritta a penna di tuo pugno, acquista una sorta di autorevolezza aggiuntiva. Fino a quando sta dentro alla tua testa è una tua opinione, se la scrivi in un documento Word, quando la vai a rileggere pare quasi una verità assoluta. È una cosa davvero potente, tanto che spesso tendo pericolosamente a plagiarmi da solo e perciò mi devo fare la tara.
Questa abitudine di scrivere, oltre alla frequentazione con i giganti del dibattito di cui sopra, mi hanno spesso spinto a lanciarmi in discussioni anche animate sulla Rete. Si tratta di un esercizio molto intenso, perché devi essere chiaro, tenere l’occhio sul tuo obiettivo, ma intanto intrattenere in qualche modo l’eventuale lettore, specie se la faccenda che stai trattando è complessa, per evitare che passi ad altro dopo tre righe. Non ho mai frequentato corsi di scrittura creativa o altro, anche se mi sarebbe piaciuto. Tra le altre cose non so praticamente nulla di grammatica. Parlo e scrivo usando un buon italiano, ma lo faccio sempre e solo a orecchio, aiutato dal fatto che leggo molto, fin dalle scuole elementari.

D – Come nasce e come si sviluppa l’idea di un romanzo?
R – Rifacendomi alla prima domanda, l’idea del romanzo è scaturita progressivamente, a partire dal momento in cui ho deciso di rifugiarmi nella storia di un cadetto Pilota. A quel punto mi sono reso conto di avere molto da dire.
Per collocare i miei protagonisti in mezzo all’azione ho sentito il bisogno di tratteggiare il rapporto che si crea tra politica e Forze Armate in questi casi, e soprattutto che si crea tra gli individui coinvolti, ed infine di come si pone il singolo di fronte all’eventualità di uccidere o morire (scappare non è un’opzione, se vuoi continuare a guardarti allo specchio, ed ho spiegato anche questo); chiaro che per fare tutto questo mi occorreva un bel po’ di spazio. Così è accaduto che ad un certo punto ho dovuto cominciare a suddividere il tutto in capitoli. E mi sono reso conto di essere già nel bel mezzo della scrittura di un romanzo.
Questa nuova consapevolezza mi ha letteralmente inchiodato, perché sapevo bene che far pubblicare un romanzo è ben altra cosa, rispetto a postare un racconto su un social o su un blog. Ho portato avanti il lavoro fino alla fine, ed è stato principalmente perché le persone cui facevo leggere le bozze mi sostenevano senza sosta e mi esortavano ad andare avanti. Io intanto frequentavo i siti dedicati agli aspiranti scrittori ed acquisivo sempre più motivi per lasciare perdere, perché tutta quella concorrenza, spesso anche molto qualificata, mi scoraggiava. Però intanto continuavo a buttare giù pagine e pagine.
Da quando ho finito di scrivere a quando ho poi trovato il coraggio di cominciare ad inviare il manoscritto a qualche editore è comunque passato quasi un anno, tanto per chiarire quanto fossi sicuro del fatto mio.

D – Qualche anticipazione per il futuro? “Voleranno” tra le pagine altre tue storie? 
R – Come accennavo poco fa, io scrivo sempre e scrivo tanto. Ho decine di cartelle di materiale già abbozzato, mi manca solo un motivo per mettere insieme un certo numero di queste cartelle, organizzandole in qualcosa di organico. Non escludo di trovare questo motivo in futuro, ma fino ad allora rimarranno dove sono.
Per il primo romanzo è andata così, e non essendo io padrone delle tecniche e delle furbizie del mestiere devo aspettare l’ispirazione. Nel frattempo continuerò a volare io, ed a buttare giù i miei pensieri tra un volo e l’altro.

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