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Scrittori

Intervista ad Alessandro Vizzino

a cura di Simone Pozzati

Intervista ad Alessandro Vizzino, autore di Venetia Nigra. Il suo romanzo si è classificato secondo al Premio Internazionale Montefiore.

Alessandro Vizzino, oltre a essere un valido editore, è uno scrittore con la stoffa del romanziere. Il suo ultimo libro, Venetia Nigra (Edizioni DrawUp), è un’avvincente narrazione in grado di catapultare il lettore in una Venezia misteriosa e atavica. Il romanzo si è recentemente classificato secondo al Premio letterario internazionale Montefiore 2017. Primo romanzo su 800 opere in gara, in quanto il primo posto è andato al saggio su Obama di Mario Del Pero (Feltrinelli). Alessandro Vizzino è autore di numerosi romanzi tra cui Sin (Mjm 2011) e Trinacrime (Imprimatur Editore 2014).
Ci parla di lui e del suo ultimo libro in questa intervista per www.i-libri.com

D – Chi è Alessandro Vizzino?
R- È sempre difficile parlare di sé; ancor più complicato è definirsi in poche parole. Sono un appassionato della parola e di tutto ciò che essa sa generare. Per questo, dopo altre esperienze analoghe, ho fondato la mia casa editrice ormai circa sette anni fa, anche se ne sembrano passati settanta. Allo stesso tempo, per lavoro e per abitudine personale, leggo più libri che posso e, ogni tanto, ne scrivo anche qualcuno. L’editoria è la mia principale attività, mentre la scrittura resta la mia più grande passione, e i due ambiti viaggiano spesso su binari sovrapposti. Tuttavia, poiché credo che per fare qualsiasi cosa occorra prima aver maturato la corretta competenza (uno dei requisiti che maggiormente scarseggia, a mio avviso, nel panorama editoriale e autorale contemporaneo), ho sempre definito il tempo che riesco a dedicare alla scrittura “una passione professionalmente esercitata”. 

D – Ci parli del tuo ultimo romanzo, Venetia Nigra?
R – Innanzitutto, è un romanzo che ho imparato ad amare alla follia, e spero che il divertimento che io ho provato durante la sua stesura si trasferisca interamente a chi lo legge. Come tutti i miei lavori è un romanzo corale, ricco di personaggi, sorprese e sfumature assai diverse tra loro. Si potrebbe definire un thriller storico (ambientato nella Venezia del 1725), ma in realtà possiede molteplici chiavi di lettura: è, al contempo, romanzo d’amore, d’intrigo, di mistero e d’avventura. Per dirlo con un solo aggettivo, è certamente un libro “romantico”, nella più classica delle accezioni. Qualcuno ha scritto che la vera protagonista di questo libro è in realtà Venezia, e probabilmente è proprio così. Ho cercato di raccontare per mezzo di una storia coinvolgente e avvolgente un momento storico preciso, che ha anticipato di pochi decenni la fine di una delle più affascinanti nazioni che il mondo abbia mai conosciuto. Perché credo che anche attraverso la narrativa d’intrattenimento (o soprattutto attraverso essa) si possano comunicare davvero un milione di cose. 

D – Come avviene la stesura di un tuo romanzo?
R – Da una prima idea butto giù un canovaccio completo, da prologo a epilogo, che potrebbe somigliare a una “miniatura” di ciò che poi diverrà il romanzo vero e proprio. Solo dopo aver tracciato (e su carta, non soltanto nella memoria) la bozza dell’architettura complessiva, inizio allora la scrittura in senso stretto, immergendomi in quella fase in cui la successione degli eventi dev’essere anche corredata di suggestione, ambientazione, fascino e, in particolar modo, pulizia di scrittura. Infine, c’è il passaggio della revisione: il lavoro senza dubbio più lungo e noioso, fiaccante, ma allo stesso tempo il più prezioso. 

D – Come hai svolto le indagini storiche al fine di evitare anacronismi?
R – Documentandomi sino allo sfinimento attraverso qualsiasi mezzo possibile, dal libro tradizionale a ricerche in rete, attingendo da ogni fonte in mio possesso, da aspetti storici e testimonianze tramandate sino agli usi e costumi popolari di stampo apparentemente più futile. Per questo ritengo “Venetia nigra”, come più di qualche critico ha scritto, una minuziosa fotografia storiografica prima ancora di un thriller intriso di suspense e colpi di scena. 

D – Nel cassetto ci sono nuove storie?
R – Certamente sì. Però, com’è ormai mia abitudine consolidata, cambierò nettamente periodo, luogo e ambientazione, pur rimanendo nell’ambito del romanzo a sfondo storico. Dopo il futuro distopico del 2050 (Sin), l’attualità tinta d’antichi arcani tra San Marino e Venezia (La culla di Giuda), il racconto, tratto da una storia vera, della mafia catanese degli anni ‘70/’80 e ’90 (Trinacrime) e la Serenissima Repubblica del 1725 (Venetia nigra), è forse giunto il momento di spostarsi in Germania durante gli anni dell’ascesa nazionalsocialista, quelli che precedettero la catastrofe universale della Seconda Guerra Mondiale.

D – Sei l’ideatore e il conduttore del Premio città di Latina, che anche quest’anno ha avuto grande consenso di pubblico. Ti va di parlarcene?
R – Con grande piacere. Abbiamo da poco chiuso la 3^ edizione e anche quest’anno qualsiasi previsione, anche la più rosea, è stata fortunatamente sbriciolata dalla realtà. Io credo che il successo di questo Premio derivi da diversi fattori, non da uno soltanto, e questo è facile capirlo: quello che più di tutti influisce, però, è quel clima di divertimento e familiarità che sdogana la poesia da contesti “ammuffiti” e “ingessati”, perché anche quando si fa una cosa seria (e la poesia lo è senza ombra di dubbio) non bisogna mai prendersi troppo sul serio. L’appuntamento è, dunque, per la 4^ edizione 2018, quando il Premio internazionale di Poesia “Città di Latina” si arricchirà di due ulteriori sezioni di opere in gara e sarà, quindi, ancora più partecipato e ampio. Lo spettacolo di premiazione è già segnato in agenda a settembre 2018. A Latina, ovviamente. 

D – Un’ultima domanda allo scrittore e all’editore: quale consigli daresti a un autore emergente?
R – Di mettersi quotidianamente in profonda discussione e non sentirsi mai arrivati, poiché uno scrittore vero migliora soltanto scrivendo e leggendo molto, col tempo, negli anni, attraverso la fatica. Di conseguenza, studiare e formarsi, migliorare il proprio linguaggio, l’approccio narrativo e tecnico, la “semplice” (che semplice non è) conoscenza della lingua. Si dice che in una società alfabetizzata come la nostra tutti sanno scrivere, ed è probabilmente vero; pochi, però, sanno essere scrittori. 

 Ringraziamo Alessandro Vizzino e ci auguriamo di vederlo presto sugli scaffali delle librerie con una nuova avvincente storia da raccontare.

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