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Scrittori

Intervista allo scrittore Alessandro Cortese

a cura di Francesca Barile

Alessandro Cortese risponde a qualche domanda, in esclusiva per i-LIBRI.

Perché hai deciso di scrivere un romanzo storico e perché soffermarti su questo particolare periodo?

A dir la verità, io non “decido”. Polimnia è il mio 3° romanzo, e se i primi due avevano un’anima fantasy mentre questo è un romanzo storico – o il prossimo sarà una storia di vita sulla transessualità – beh, non ho deciso io di far andare così le cose. Io ascolto e, quando una storia e i suoi personaggi iniziano a parlarmi nella testa, allora so che quel momento è il loro momento. So che quella storia è la prossima da raccontare. Ho raccontato la Grecia, la Persia e le Termopili perché c’era da chiudere un cerchio. Uno dei libri più belli che lessi, infatti, fu Alexandròs di Manfredi; avevo 15 anni e leggendo la vita di Alessandro Magno ho imparato come si possa conoscere la Storia attraverso gli occhi di chi l’ha vissuta, e se l’invasione della Persia da parte di Alessandro ha rappresentato la terza Guerra Persiana tra Grecia e Oriente, mi esaltava l’idea di poter raccontare le prime due, in modo diverso da come era già stato fatto da altri autori.

Il libro ha un impianto teatrale. Perché strutturarlo così?

Il teatro greco è sempre stato una lettura formativa per me. Mi ha insegnato il pathos, a mettere al centro dell’attenzione, dinanzi al pubblico rappresentato dal lettore, il personaggio giusto al momento giusto. Ho seguito Edipo nelle sue peregrinazioni, ho criticato l’atteggiamento debole di Medea, mi sono intimorito al cospetto di Agamennone, tutto grazie alle tragedie giunte sino a noi dalla Grecia Antica. Raccontare una storia sull’Ellade, quindi, per me ha voluto dire esser teatrale. E molto di questo libro – in particolare, la sezione dedicata agli Shàh della Persia o il personaggio di Atossa, moglie di Dario – deve a I Persiani di Eschilo. Si aggiunga a questo che sono un siciliano e la mia terra parecchio ha avuto dal teatro; mai ho nascosto il mio amore per Pirandello, un autore che, assieme a molti altri, ha influenzato il mio modo di fare narrativa e di farla in modo teatrale. Chi mi conosce come scrittore sa cosa può trovare nei miei libri, e il teatro è sicuramente una di queste cose.

Cosa possono insegnare i 300 ai contemporanei?

E’ una domanda doverosa, ma ci tengo a dire che Polimnia non è un libro sui 300 o, almeno, non è solo questo. I 300 Spartiati della guardia personale di Re Leonida, come allo stesso modo i 10 mila Immortali della guardia personale di Re Serse, o qualsiasi altro personaggio si muova nelle pagine di Polimnia, ognuno di essi può suggerire, più che insegnare, una riflessione sulla guerra, sulla vita, sull’amicizia o sull’amore, come anche sulla morte. La mia non è la storia di personaggi che passano attraverso una guerra, ma la storia di come una guerra sia passata in questi personaggi, prendendo qualcosa da loro e portandola qui, adesso, fino a noi. E’ una storia di eroismo e sacrificio, di sangue e sudore, com’è facile aspettarsi. Ciò che non ci si aspetta di trovare nel libro, magari, è una passione talmente viva da rendere vivo ognuno dei molti protagonisti, e se in una storia del genere si vuol vedere i guerrieri combattere, dico che c’è quello come c’è pure il pianto disperato di madri e mogli che vedono figli e mariti andare a morire. Quindi i 300 possono ancora insegnare tanto a ciascuno di noi, così come tutti gli altri che hanno combattuto al loro fianco o contro di loro. Sarà per questo, forse, che storie del genere vengono ancora raccontate a distanza di millenni.

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