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Scrittori

Raul Montanari – intervista per i-LIBRI

a cura di Bruno Elpis

Intervista a Raul Montanari

D – Che ricordo hai del tuo esordio letterario?
R – Non proprio esaltante. La mia prima pubblicazione è stato un racconto intitolato “Azzurro”, che tuttora alcuni colleghi e critici considerano addirittura la mia cosa migliore. Peccato che sia stato scritto quando avevo vent’anni e pubblicato esattamente sette anni dopo. Anche il mio primo romanzo è stato scritto quando ne avevo 29 e pubblicato dopo tre anni di attesa. Insomma, all’inizio è stato difficile.

D – Che consiglio ti senti di dare a un autore esordiente?
R – Il consiglio pratico è di NON pubblicare a pagamento perché equivale a non pubblicare e basta; piuttosto rivolgersi a un agente, perché la professionalità di questi importanti intermediari fra autore ed editore è molto cresciuta. Poi un consiglio strategico-esistenziale: se uno si sente davvero scrittore, non punti tutto su un solo testo. Scritto un romanzo o messa insieme una raccolta di racconti, meglio cominciare subito a lavorare a qualcos’altro. Dove una proposta fallisce un’altra può riuscire, e la proposta bocciata verrà recuperata, prima o poi.

D – Con quale motivazione “La perfezione” ha vinto il “Premio linea d’ombra”?
R – Non me la ricordo. Credo che fosse un libro molto nuovo, all’epoca, perché era un noir letterario. Cioè privo di elementi consolatori (indagine a buon fine, detective rude ma bonario) e giocato su una trama molto suggestiva, su personaggi in cui tutti potevano riconoscersi e su uno stile personale. Il titolo al libro lo diede Aldo Busi, allora mio mentore, dicendo che gli si addiceva perché nel suo genere era, appunto, perfetto.

D – Che rapporto hai con la critica letteraria (in un passaggio di “Strane cose,  domani” lo lasci intuire. Ne “L’esordiente” … be’, lasciamo perdere)? Cosa non sopporti e qual è stato un apprezzamento che ti ha particolarmente entusiasmato?
R – Ti sembrerà strano, ma anche se scherzo spesso sui critici perché tutto sommato il loro lavoro ha qualcosa di bizzarro, quasi di perverso, io ho ricevuto pochissime stroncature nella mia vita. Sicuramente meno di una a libro. Molti hanno scritto cose bellissime su di me, da molti ho imparato a scorgere aspetti del mio lavoro che mi sfuggivano. Solo un paio di persone sono state offensive. Ma quelli sono dei poveracci.

D – “Che cosa hai fatto”, anche sulla quarta di copertina dei tuoi romanzi, viene definita “opera shock”. Ti posso dire che, pur avendolo  letto tempo fa, io lo ricordo non certamente per i motivi che hanno suscitato tanto clamore, bensì per l’ultimo fantastico capitolo: pieno di tormento esistenziale e di atmosfera. Dove e come hai tratto l’ispirazione per scriverlo?
R – È un libro che è stato scritto in uno dei periodi più brutti della mia vita. La storia dell’uomo che si concede dieci giorni per bruciare tutti i piaceri più violenti che l’esistenza gli può offrire e poi uccidersi è figlia di quella disperazione… la disperazione di un trentaduenne, l’età che avevo quando l’ho scritto. Penso tuttora che sia il mio romanzo più importante, non necessariamente il più bello.

D – La musa di “Che cosa hai fatto”  si chiama Beatrice. La scelta di questo nome, che inevitabilmente evoca un’altra Beatrice della letteratura italiana, è voluta?
R – Sì, anche se nessuno nota che nel libro il nome è scritto Béatrice, alla francese. Quel personaggio è un incrocio fra la Beatrice dantesca (anche se il viaggio del protagonista è così satanico che avrebbe bisogno più di un Virgilio) e una dama settecentesca, alla De Sade o Restif de la Brétonne.

D – Hai, tra quelli che hai scritto, un tuo romanzo preferito (io ho una leggera preferenza per “L’esistenza di Dio” )? Come ti rapporti alle tue creature, magari dopo anni?
R – Anch’io amo tantissimo l’Esistenza di dio, che forse è il più poetico fra tutti i miei romanzi, con un protagonista che è impossibile non adorare e un antagonista quasi altrettanto struggente, pur nella durezza della storia. Il rapporto che un autore ha con i suoi libri è molto più personale di quanto si potrebbe immaginare: di solito quello che succede è che rileggi pochissimo le tue cose; e quando lo fai più che altro ti torna alla mente come stavi quando le hai scritte, la stagione in cui hai raccontato quella certa storia.
È come ascoltare una vecchia canzone. Per esempio, Che cosa hai fatto mi ricorda l’infelicità del 1991, mentre Chiudi gli occhi è quasi altrettanto insopportabile perché appena lo prendo in mano mi riporta alla felicità esplosiva del 2003. E’ come se dalle pagine uscisse una luce.

D – In “La verità bugiarda” citi “gruppi di famiglia in un inferno”, alludendo a un film di Visconti. Che rapporto hai con altri ambiti dell’arte?
R – Il cinema è una fonte d’ispirazione eccezionale per un romanziere. Cinema e prosa letteraria sono due forme della stessa arte, la narrativa. I procedimenti linguistici sono diversi, ma il modo di strutturare la storia ha analogie che vanno studiate e apprezzate, e che danno un sacco di idee.

D – E con la musica? In “Strane cose, domani”  , il protagonista ama il “divino” Miles Davis. Ne “L’esordiente” un intero capitolo (il dodicesimo) è scandito da canzoni pop degli anni 70 e 80, una specie di title-track. Della musica classica dici che “è la più violenta che esista”…
R – La musica mi accompagna da quando mi sveglio al mattino a quando mi addormento. Addirittura pensa che sogno più la musica che non i libri, la scrittura. Sono due arti agli antipodi, perché la musica non significa niente se non se stessa (i semiologi dicono, giustamente, che quello della musica non è nemmeno un linguaggio perché non c’è la corrispondenza segno-significato che un linguaggio richiede), mentre la scrittura è l’arte più semantica che esista. La scrittura produce senso in continuazione: nella storia, nelle singole parole. Ne produce fin troppo.

D – “Chiudi gli occhi” si svolge sulle rive del lago. La mamma di Livio Aragona (“L’esordiente”) vive a Clusone. Che legame hai con la tua zona d’origine? E con Milano?
R – Milano è una città orribile, ma in un certo senso è anche una città necessaria. La provincia dove sono nato (la zona più selvaggia del lago d’Iseo) è affascinante per la sua asprezza. In provincia la vita è molto più dura che in città per quanto riguarda i rapporti fra le persone, perché c’è un enorme controllo sociale: tutti sanno tutto di tutti, e giudicano. Invece il rapporto con l’ambiente non umano, con la natura, è ovviamente molto più dolce.

D – Trovo molto interessante la tecnica che utilizzi per intitolare i capitoli. Faccio un esempio. Capitolo 1 di “Chiudi gli occhi”: “Sulla provinciale. Loris. Un insetto si suicida. Il brutto della coca. Camminare sotto il sole di maggio. Un ciclista sfortunato. …” Io, personalmente, leggo il titolo, mi incuriosisco anche se non capisco quasi nulla, e poi, dopo aver letto il capitolo, mi rileggo il titolo. È  questo l’effetto che vuoi sortire?
R – Sì. È l’effetto di un trailer. Non è un riassunto: è proprio una serie di flash di quello che accadrà nel capitolo. Un trailer, appunto.
D – A Milano è molto rinomato il tuo corso di scrittura creativa. Ce ne vuoi parlare brevemente, indicando le ragioni per le quali l’iniziativa è consigliata a un aspirante scrittore e/o ad altri possibili fruitori?
R – È difficile farlo brevemente. Se non ti dispiace, riguardo a questa esperienza, che è la più felice della mia vita, rimando a quello che ne dico nella pagina dedicata del mio sito, www.raulmontanari.it. Lì c’è tutto: motivazioni, struttura, metodo, riflessioni e successi. L’elenco molto impressionante degli autori usciti dalla mia scuola che hanno pubblicato con i più grandi editori italiani, da Mondadori a Einaudi.
D – E veniamo al tuo ultimo romanzo “L’esordiente”. Una vera leccornia per chi si accosta al mondo della scrittura, anche solo come curioso o come appassionato. A maggior ragione per chi è interessato al mondo dell’editoria … Non riusciamo proprio a sfatare il luogo comune secondo il quale “siamo un popolo di scrittori che non leggono”?
R – È un luogo comune drammaticamente vero. Se permetti cito Giulio Mozzi, un collega che stimo moltissimo perché anche lui oltre alla scrittura si è dedicato con immensa passione e talento all’insegnamento della narrativa. Mozzi dice che su 1000 manoscritti che gli arrivano, 100 sono leggibili, 10 sono interessanti e 1 è pubblicabile. Io sono meno severo di lui e toglierei uno zero a queste cifre. Resta il fatto che solo una proposta su 100 è degna di passare davvero nella redazione di una casa editrice, e questo si spiega in due modi: o gli altri 99 aspiranti autori sono dei deficienti, oppure sono degli ignoranti, cioè scrivono in modo incompetente perché sono anzitutto dei cattivi lettori che non sanno imparare dalle pagine dei grandi autori. In questo calcolo così secco tralascio ovviamente i casi di talento incompreso, incompiuto eccetera, che sono eccezioni. Altrettanto ovviamente, penso che i 99 esclusi siano ignoranti, non deficienti.

D – Quanto è autobiografico “L’esordiente” (il protagonista è uno scrittore, insegna a un corso di scrittura creativa,  esprime opinioni sulla letteratura di genere, sui premi letterari, si reca negli uffici della casa editrice …) soprattutto in rapporto ai tuoi romanzi precedenti?
R – È molto autobiografico, ai limiti della sfacciataggine e dell’imbarazzo, per quanto riguarda gli aspetti per così dire esteriori del personaggio, il suo lavoro innanzitutto e le vicissitudini a esso legate. Invece il carattere di Livio Aragona assomiglia al mio meno di quello di altri personaggi, in particolare del Danio di Strane cose, domani.

D – Posso dire che in questo ultimo romanzo ho trovato un Raul meno aggressivo del solito? Non per questo, meno interessante.
R – È sicuramente vero, e il motivo è proprio il materiale narrativo. Questa è anzitutto la storia di uno scrittore in carriera, sebbene arricchita da molti elementi accessori; quindi la violenza e la tensione sono di tipo diverso rispetto agli altri romanzi precedenti… e successivi. Credo che solo nel finale torni quel tipo di scrittura d’azione che negli altri romanzi era sempre in equilibrio con l’introspezione psicologica, qui dominante.

D – Ci possiamo lasciare con “una domanda a piacere”, quella tanto amata ai tempi della scuola?
R – Cosa farai nella prossima vita? Qualcosa che non c’entri nulla non solo con la scrittura, ma in generale con gli esseri umani; il biologo, non so, qualcosa del genere. Sono un po’ stanco degli uomini, a partire da me stesso. Trovo abbastanza giusta la definizione che ne dà il personaggio di Charles Bronson nel finale di C’era una volta il West: “Una razza vecchia”.
Grazie.

Ringrazio Raul Montanari, per la disponibilità che ha dimostrato in questa intervista e nei contatti che l’hanno preceduta.

Bruno Elpis

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