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Scrittori

Intervista a Bruno Morchio, autore de “Lo spaventapasseri”

a cura di Bruno Elpis

Intervista a Bruno Morchio

D – La dedica iniziale (“Ai miei vecchi compagni di studi e di lotta e a Tina che non ho fatto in tempo a conoscere com’era”) presenta una straordinaria assonanza con il plot del romanzo. O è soltanto una coincidenza?
R – Non è una coincidenza: nella dedica come nel romanzo pubblico e privato si intrecciano inestricabilmente, così come buono e cattivo.

D – “Interrogare il passato non serve a niente. È al futuro che bisogna fare le domande. Senza il futuro il presente è solo disordine”: la seconda dedica, tratta da Chourmo di Claude Izzo, è un tema ricorrente nella storia. La tensione narrativa è polarizzata sul passato, e il futuro sembra quasi un correttivo alla nostalgia. Colpa dell’assenza di valori dei nostri giorni?
R – La mia generazione, che voleva fare la rivoluzione, ha consegnato ai propri figli un paese peggiore di quello che ci avevano lasciato i nostri padri, i quali credevano che il progresso sarebbe estato lineare e irreversibile. La verità nel romanzo la dice Bacci Pagano a Coiro: coloro che affermavano che la lotta di classe non esiste l’hanno fatta e l’hanno vinta. Il resto è conseguenza di questo scacco.

D – “Perché gli spaventapasseri fanno paura senza saperlo. E io voglio scoprire perché mi hanno piantato lì in mezzo…” Come nasce la figura simbolo che campeggia nel titolo?
R – L’idea è venuta (come spesso mi accade) nel corso della scrittura del libro. Chi meglio dello spaventapasseri poteva esemplificare la situazione in cui viene a trovarsi il detective dei carruggi? Del resto è un’espressione che si usa: “messe di voti”, metafora agricola riferita al risultato elettorale.

D – Nel romanzo troviamo anche un riferimento a “Aimez-vous Brahms” della Sagan. Quali sono le letture di Bruno Morchio?
R – Cerco di non confinarmi nei limiti del noir, anche se continuo a leggere e rileggere certi maestri: Simenon, Scerbanenco, Manchette, Vazquez Montalban, Izzo, Banville. Considero Dostoevskij il più grande romanziere di tutti i tempi e in queste ultime settimane mi sono trovato a rileggere Pavese, Celine e Malaparte.

D – Come agisce la professione di psicologo sul tuo scrivere? Il tuo romanzo non è propriamente un thriller psicologico, anche se l’attenzione alla dimensione psichica dei personaggi è notevole…
R – Soprattutto non è un thriller, direi. La professione influenza moltissimo la mia scrittura, anche se per lo più lo fa “inconsciamente”, in modo non premeditato e consapevole. Ma non c’è dubbio che la conoscenza degli altri attraverso relazioni sorvegliate, prolungate e profonde deposita un sapere che non può non diventare fonte di ispirazione letteraria. Credo che senza i precedenti trent’anni di lavoro clinico non avrei mai potuto scrivere “questi” libri.

D – E veniamo a Genova: “Una formidabile trovata del business genovese quella di costruire una specie di area protetta dove i foresti, richiamati dall’attrazione dell’acquario, trovano tutto quello che può essergli utile… in modo da ammazzare sul nascere l’insana idea di visitare la città, quella vera”. È un rimpianto, una dichiarazione d’amore, un anelito di purismo o che altro?
R – È una semplice constatazione. La creazione dell’area del Porto Antico e dell’acquario è stata un colpo di genio, ma Genova merita di essere conosciuta dai turisti anche per un’infinità di paesaggi urbani e umani che possono essere attinti solo uscendo da quell’area. Questo implica una politica di promozione attiva e anche un cambiamento nella mentalità dei genovesi, paradossalmente tanto poco inclini ad accogliere i foresti quanto alieni (per fortuna) da qualunque spirito xenofobo.

D – “Freguggia” per “briciola”, “luvego” per “umido e scuro”, “recanto” per angolo… È un modo di narrare istintivo o una precisa scelta stilistica?
R – Il dialetto e la parlata genovese, al contrario del napoletano e del romanesco, sono difficili da rendere sulla pagina. Il mio problema era restituire al lettore qualcosa del profumo della città, che si adattasse alla profonda “genovesità” del protagonista. Usare certe parole, peraltro difficilmente traducibili (maccaia, crosa o creuza) è stata una scelta stilistica. Non tanto note di colore, piuttosto ingredienti di sapore.

D – A quale tra i tuoi romanzi precedenti ti senti particolarmente legato?
R – Per i numerosi e corposi riferimenti alla mia famiglia, a Rossoamaro. Ma devo riconoscere che in ciascun romanzo c’è qualche nesso con aspetti o fasi della mia vita che me lo rende caro: la Sardegna, il mio lavoro, i luoghi della mia giovinezza, ecc.

D – Cosa attende Bacci Pagano?
R – Lunga vita e l’uscita in libreria il prossimo 25 settembre con un romanzo dal titolo: Un conto aperto con la morte, il seguito de Lo spaventapasseri.

D – E Bruno Morchio?
R – Lavoro, tanto lavoro. Nella scrittura e nell’attività di psicologo. Spero almeno di riuscire a ritagliarmi uno spazio per andare a pesca con la mia lancia.

Ringraziamo Bruno Morchio per la disponibilità che ha dimostrato nel soddisfare le nostre curiosità di lettori.

Bruno Elpis

foto di Paolo Amodio

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