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Scrittori

Intervista in esclusiva a Maurizio de Giovanni

a cura di Donatella Perullo

Accolgo con entusiasmo Maurizio De Giovanni che con la disponibilità e la generosità che solo i grandi possiedono, ha accettato di rispondere alle mie domande.

Buongiorno Maurizio e grazie per la pazienza che saprai dimostrare a questa intraprendente principiante innamorata di Alfredo Luigi Ricciardi. Sei uno scrittore molto generoso con il tuo pubblico e le domande alle quali hai risposto fino a oggi sono davvero tante, eppure ho avuto difficoltà a selezionarne alcune tra tutte quelle che vorrei farti.

1.Tempo fa ti sei definito un anziano giovane scrittore. Questa simpatica definizione mi ha strappato un sorriso, ma mi ha anche molto incuriosita. In effetti la tua storia nel mondo della letteratura lascia piacevolmente sorpresi. Fino a qualche anno fa non avresti mai pensato di voler scrivere né di saperlo fare con tanta maestria. Cosa ha fatto scattare la scintilla e come avviene una simile metamorfosi?

R. Mi sono spesso interrogato, su questa cosa. Ho sempre pensato che il talento sia una marea inarrestabile, un fuoco inestinguibile che divora dall’interno e che non si può ignorare, e che quindi venga fuori a vent’anni e costringa chi ce l’ha a seguirlo, e basta. Diverso è il mio caso: io racconto storie. Faccio un passo indietro, non racconto me stesso, ma personaggi che ho immaginato in un contesto reale che conosco o sul quale mi documento. Forse è questo che piace ai lettori; se è così, sono fiero di essere un gradevole artigiano, ma non sono certo un artista.

2.Prima di essere uno scrittore sei stato un accanito lettore, un divoratore di opere altrui. Hai detto che tra i tuoi autori preferiti ci sono Eddy Mc Bain e scrittori italiani come Sadrone Dazieri e Giovanni Biondillo, ma hai avvicinato anche grandi classici come Dostoevskij, dunque un lettore onnivoro. Quanto queste letture hanno influenzato, seppur inconsciamente, il tuo stile elegante, a tratti poetico, eppure diretto ed essenziale?

 R. Quando uno si mette a scrivere a cinquant’anni (più o meno), nella scrittura va a finire di tutto: i libri letti, i film, le commedie alle quali hai assistito, come le passioni, gli amori, le amicizie, le antipatie e perfino l’odio, se hai avuto la sventura di provarlo. Credo che la lettura sia l’unica, vera passione che possa sostenere la scrittura. Ti dà un orecchio come per la musica, l’attitudine al ritmo e la capacità di conoscere un personaggio. McBain è un modello inarrivabile, Dazieri e Biondillo due meravigliosi autori, ma ce ne sono altri ancora. Da parte mia, non credo di avere uno stile: piuttosto una forte compassione. E’ quella che dà una vena evocativa alla scrittura. 

3.Nei tuoi romanzi descrivi una Napoli degli anni trenta apparentemente lontana da quella che conosciamo oggi. Eppure chi in questa città ci è nato e la sente nel sangue, sa che la vera Napoli non è tanto diversa da quella in cui vive Ricciardi. La cartolina imbrattata che mandano in giro per il mondo non è poi così fedele alla realtà, le ombre ci sono così come i raggi di sole. Tu come vivi la tua Napoli e quanto la trovi diversa da quella di Ricciardi, fantasmi a parte? 

R. La recente scrittura di un romanzo di ambientazione contemporanea mi ha indotto a osservare la mia città in termini narrativi, e devo dire che l’immagine che ne ho tratto la avvicina molto alle negatività delle metropoli europee: solitudini immense, incomunicabilità, silenzi. Tuttavia il cuore che pulsa costantemente, la sofferenza condivisa, la passione che questa città mette nel bene e nel male nelle sue cose, la lotta per la sopravvivenza e l’antica lingua con cui parliamo sono fattori perenni che lasciano il segno sulla pelle di chi ci ha vissuto, un marchio indelebile. Provo dolore ma non rassegnazione per la mia città, e anche un insopprimibile orgoglio.

4.La scintilla che ha fatto venire alla luce il commissario Ricciardi, lo sguardo torvo di una bimba, mi ha affascinata. Eri in una situazione di stress estremo in quel momento, vuoi ricordarlo con noi?

R. Alcuni amici in vena di scherzi mi avevano iscritto a un concorso per giallisti esordienti, indetto dalla Porsche, che si teneva in alcune città d’Italia inclusa Napoli. Mi trovavo perciò al Gambrinus, un caffè storico, dove eravamo stati riuniti per scrivere e io non avevo la più pallida idea di quello che mi sarei inventato, ma non volevo dare ai miei amici la soddisfazione di tornarmene senza aver scritto nulla. Mentre guardavo da una vetrata in cerca d’ispirazione, vidi passare questa zingarella che mi osservò per qualche attimo, come se fossi in un acquario; poi mi fece una boccaccia e andò via. E a me venne l’idea di qualcuno, seduto dov’ero io, che vedeva qualcosa di terribile che gli altri non riuscivano a vedere. Era nato il commissario Luigi Alfredo Ricciardi, e da allora non mi ha lasciato più.

5.Il commissario Alfredo Luigi Ricciardi, così come il suo braccio destro Maione o la riservata Enrica, per citarne solo alcuni, sono personaggi vivi, reali, che diventano per il lettore persone quasi tangibili, amici lontani ma concreti. Quanto possono essere controllate personalità così forti e quanto, invece, riescono a fare di testa propria durante lo svolgimento di un racconto? In altre parole, ti capita che Ricciardi e gli altri decidano di testa propria sorprendendo anche te con le loro scelte?

R. Ho sempre detto che la scoperta più strana che ho fatto, inoltrandomi nel mondo della scrittura, è stata l’autonomia dei personaggi. In pratica la creatività, perlomeno la mia, è limitata a dotare il personaggio di un’età, un ceto sociale, una cultura, delle passioni; poi è lui a decidere in tutto e per tutto cosa fare, dove andare e che relazioni avere. Se si tenta di forzarli a fare qualcosa che non gli si confà lo faranno controvoglia, e ne risentirà tutta la narrazione. Mi è capitato di sedermi alla tastiera con in mente un evento e ritrovarmi, alla fine del capitolo, di fronte a tutta un’altra situazione. E’ il motivo per cui, quando mi chiedono cosa succederà a Ricciardi, a Enrica o a Livia, in tutta sincerità rispondo che non lo so, e che non posso prevederlo.

6.Di recente sei stato Ospite al festival della letteratura noir in Spagna, il Barcellona Negra 2012. Lì hai avuto modo di incontrare altri grandi della letteratura. Ricordo una simpatica foto nella quale fai capolino da una finestra con Jeffrery Deaver, Karin Slaughter e Jake Arnott. Quale dei tuoi colleghi stranieri ti ha colpito di più, con chi di quelli con i quali hai avuto modo di interagire, hai trovato dei punti d’incontro?

R. E’ un piacere enorme incontrare scrittori che stimo, la cui scrittura amo, in occasione dei festival e degli incontri. Non sempre purtroppo la personalità di chi scrive corrisponde alla bellezza delle storie, quindi a volte si va incontro a qualche delusione; ma il più delle volte si conoscono persone straordinarie, dotate di fantasia e senso dell’umorismo. Deaver è così, mentre Arnott e la Slaughter mi sono sembrati un po’ più chiusi. Ma gli italiani come Donato Carrisi, Marco Malvaldi, Giorgio Faletti, Sandrone Dazieri, Bruno Morchio, Enrico Pandiani e Ugo Barbàra per ricordare gli amici più cari sono straordinari, e io sono fiero di averli conosciuti,

7.Probabilmente non tutti sanno che ti sei avvicinato per qualche istante anche al mondo dei Comix. Un tuo racconto avente come protagonista Ricciardi, il breve ma intenso “Mammarella”, è stato trasposto in fumetto e disegnato da Claudio Valenti. Questo con il mondo dei fumetti è stato un incontro voluto o casuale? Un’esperienza che si potrebbe ripetere?

R. E’ una forma d’arte che mi piace da morire, e mi piace anche pensare che la mia scrittura si adatti al fumetto. Ne parlo spesso con Alessandro Di Virgilio, il bravissimo sceneggiatore che ha lavorato su Mammarella, e abbiamo anche qualche buona idea in prospettiva. Che dire? Se son rose…

8.In verità Maurizio De Giovanni non ha scritto solo di Ricciardi e sappiamo che non sempre lo farà in futuro. Il tuo libro “Juve- Napoli 1-3. La presa di Torino” è divenuto anche un apprezzato testo teatrale. Mi viene il sospetto che tu possa essere tifoso del Napoli, confermi questa possibilità?

R. Il Napoli viene prima di qualsiasi altra cosa, la mia passione azzurra ha dei risvolti che definirei religiosi. Quando gioca la mia squadra non c’è impegno che tenga, nulla è più importante. E adoro scrivere sull’argomento, quelli sono i libri del cuore!

9.Letteratura, fumetti, teatro, manca la televisione. Si vocifera di una probabile trasposizione televisiva delle avventure del commissario Ricciardi. Puoi confermarmi questa notizia? In tal caso c’è un attore che vedresti bene nei panni del nostro tenebroso e affascinante commissario?

R. In effetti posso anticiparti che c’è un progetto, messo in piedi da un notissimo attore meridionale, che riguarda Per mano mia. Per ora ho ceduto soltanto un’opzione temporanea, ma se la cosa dovesse andare avanti mi occuperei io stesso della sceneggiatura per salvaguardare il personaggio e il mondo di Ricciardi, che non è mio ma dei lettori che lo amano.

10.Il prossimo tuo libro avrà altri protagonisti. Siamo ansiosi di scoprire nuovi mondi, puoi anticiparci qualcosa?

R. Si chiamerà “Il metodo del Coccodrillo” e uscirà da Mondadori il 30 aprile, ambientazione contemporanea. Penso di poter promettere che i lettori che hanno affetto per Ricciardi non rimarranno delusi. Giuro!

Non so come ringraziarti Maurizio, davvero. Ti lascio alla scrittura ora, non voglio rubarti altro tempo. Per quanto riguarda “Il metodo del Coccodrillo” inizio già il conto alla rovescia contando i giorni che ci separano dal suo esordio. Hai promesso e giurato che non ci deluderà, non ne avevi bisogno. La tua firma è una garanzia che non inganna.

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