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Scrittori

Intervista a Roberto Campagna

a cura di Simone Pozzati

Intervista a Roberto CampagnaLe storie non volano

Il sociologo e giornalista Roberto Campagna aveva abituato il lettore a racconti che viravano l’attenzione fondendo l’enogastronomia alla narrazione, ne sono esempio Il sapore della palude (Gangemi) e il più recente Il palato della memoria (Castelvecchi)Il suo ultimo romanzo Le storie non volano (ndr: clicca sui titoli per visualizzare le schede dei libri), edito dalle Edizioni Croce, fonde storia e fantasia, cronaca e immaginazione. Il libro è ambientato in Italia nel 1985 ed ha sullo sfondo le curiose vicende storiche di Borgomanuzio durante il rinnovo del Consiglio comunale. Lo scenario però è solo pretesto e cornice per articolare le storie dei suoi protagonisti, quattro amici segnati da destini ineluttabili.  Emerge dunque la condizione umana in tutta la sua miseria anche se i flashback che guidano la metanarrazione di Campagna ce li faranno apparire come angeli caduti. E se “non hanno più le ali” questo significa possibilmente che le loro storie non si dissolveranno pur restano ancorate ad una dimensione fisica e carnale.

Lo abbiamo intervistato per far si che come al solito sia l’autore stesso a raccontarsi e a raccontare meglio alcuni passaggi.

D – Roberto “Le storie non volano” è il tuo ultimo romanzo uscito per le edizioni Croce. Perché questo titolo?
R – Quattro i principali protagonisti del romanzo, tre uomini e una donna: Nicola il Poeta, Primo il Cocacola, Onofrio il Filsosofo e Lesena la Bolognese. Narro le loro storie e poiché tutte le storie, non solo le loro, sono eterne, ossia non volano in cielo, non muoiono, ma aspettano che qualcuno le raccolga  e le racconti, la scelta del titolo è stata quindi ovvia.

D – Il tuo è un libro che si sviluppa grazie alla metanarrazione difatti i personaggi sono intenti a giocare a carte e mentre raccontano sullo sfondo avvengono gli scontri elettorali di Borgomanuzio, precisamente quelli del rinnovo del Consiglio comunale dell’85, quando avvenne un incomprensibile “compromesso storico casereccio”. Ci parli meglio di questo fatto storico?
R – Con la metanarrazione si raccontano fatti realmente accaduti mischiandoli con altri inventati, creati appositamente dallo scrittore, per rendere i primi più credibili e i secondi più veritieri. Ebbene, le storie dei quattro principali protagonisti di questo romanzo sono frutto della mia fantasia, così come sono inventate le altre figure del romanzo, come i caratteristi e le comparse. I fatti reali sono gli scontri politico-elettorali.  L’idea iniziale  era quella di raccontare questi scontri politico- elettorali, in particolare quello del rinnovo del Consiglio comunale dell’85, quando avvenne, come  ricordi,  un ‘incomprensibile compromesso storico casereccio’. A livello nazionale, il compromesso storico era stato lanciato da Enrico Berlinguer, segretario dell’allora Partito comunista italiano. In pratica, lui propose un’alleanza governativa tra la vecchia Dc e il suo partito: cosa che non avvenne mai. Era il 1985, alle Amministrative di quell’anno,  quando a Borgomanuzio, da sempre governato dal socialisti, si realizzò quell’accordo elettorale, perché di questo si trattò, tra i democristiani e i comunisti per cercare di sconfiggere la supremazia socialista. Fu “incomprensibile” per due motivi: il primo, la proposta di Berlinguer era ormai stata ampiamente superata perché  venne lanciata nel 1973; il secondo, gli elettori non compresero la sua bontà e, non comprendendola, la bocciarono. In particolare, fu una parte dell’elettorato democristiano a non digerire quell’accordo. Comunque, i fatti politico-elettorali fanno solo da cornice alle quattro storie dei protagonisti.  Insomma, quella degli scontri politici, dei canditati, dei rapporti fra i partiti, dei risultati elettorali e degli amministratori locali è la parte secondaria e storica del libro, a tratti romanzata.

D – Maurizio Valtieri nella prefazione al libro paragona i protagonisti ad “angeli caduti” definendo il tuo un romanzo esistenzialista in grado di descrivere un microcosmo che si fa paradigma dell’intera umanità. A tal proposito i personaggi sembrano segnati da un destino ineluttabile. Che ruolo ha il libero arbitrio nella tua storia e cosa pensi in merito a questa tematica anche a prescindere dal tuo romanzo?
R – È vero che i personaggi del romanzo sono segnati da un destino ineluttabile perché sono nati sfortunati e lo resteranno per sempre. Chi nasce in posto dimenticato dal Signore, in una famiglia tarata, miserabile, il suo riscatto sociale diventa difficile.    Nelle pagine del libro però, oltre alla sfortuna, ci sono la depressione, la follia, il tradimento, la prostituzione, l’emarginazione, il lavoro,  l’aborto e la morte. Ma anche l’amore, la solidarietà e la comprensione. Cerco di portare il lettore dentro i colori più cupi dell’animo umano, aiutandomi con l’ironia e spennellando il racconto con un po’ di poesia. Circa il “libero arbitrio”, cito un pensiero di papa Paolo VI: “La dignità dell’uomo richiede che le sue opere siano frutto della sua libera scelta, senza nessuna coercizione esterna.”
La penso così, anche se nelle nostre scelte siano condizionati da fattori esterni, dal ruolo che ricopriamo, dalla posizione economica-sociale e dall’ambiente in cui viviamo. I quattro personaggi che narro si muovono liberamente, ma con queste condizioni. 

D – Nei tuoi racconti e più in generale nelle tue pubblicazioni il cibo ha sempre avuto un ruolo primario, anche in questo libro trova spazio quest’aspetto?
R – Di enogastronomia in questo romanzo c’è poco o niente. Ci sono un paio, forse tre, riferimenti, non ricordo di preciso perché è un aspetto marginale. Solo per far capire l’origine del soprannome di Lesena, detta per l’appunto “la bolognese”, ne parlo con dovizia di particolari.  “La bolognese” è una dolce che preparava la mamma di Lesena, una prostituta che era arrivata a Borgomanuzio da Bologna. Ecco come lo descrivo, questo dolce: “Una ciambella semimorbida, grassottella e carnosa. Otto uova, un chilo di farina, seicento grammi di zucchero, quattrocento grammi di strutto, dieci grammi di bicarbonato, due limoni grattugiati, qualche seme di anice, un pizzico di cannella, due bicchierini di sambuca e una bustina di vanillina. Non esiste a Bologna e dintorni una ciambella preparata con tali ingredienti. Era una sua creatura, per questo venne chiamata “la bolognese. La ciambella farà fortuna diventando un dolce tipico del borgo”.

D – Hai in programma delle presentazioni?
R – A settembre, verrà presentato nel comprensorio dei Lepini, il mio territorio: nel paese  dove sono nato, nel paese dove vivo e  in altre due comuni amministrati da amici. L’editore ha poi programmato due presentazioni a Roma e altrettante in Umbria, precisamente e a Perugia e Bevagna. Non mi fermerò, la promozione del libro andrà avanti parecchio.

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