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Scrittori

Intervista a Silvia Avallone, autrice del romanzo “Acciaio”

a cura di Marika Piscitelli

Cara Silvia, grazie per questa intervista!

Trovo che “Acciaio” sia bellissimo, per cui parlare con te, oltre a costituire un bel regalo per i nostri lettori, mi dà anche la possibilità di farti personalmente i miei più sinceri complimenti.

Il tuo romanzo è davvero molto coinvolgente; “vivo”, lo definirei. Pensa che mi è capitato persino di sognarle, Anna e Francesca! A chi ti sei ispirata?

Anna e Francesca sono due ragazze che vivono nella provincia italiana e come tutte vivono l’adolescenza cercando di rincorrere i propri sogni e la propria felicità, combattendo tutti i giorni le battaglie di quell’età difficile e di passaggio da ragazzine a donne adulte. Non essendo Acciaio un romanzo autobiografico non so se si possa parlare proprio di “ispirazione”. Io, come Anna e Francesca, ho semplicemente vissuto l’adolescenza in una città di provincia, Piombino, e di amicizie forti di quel tipo ne ho viste parecchie, è infatti sufficiente andare a scuola, camminare con gli amici sul corso principale il sabato pomeriggio, innamorarsi e via dicendo, tutto qua. Poi, al resto, ci pensa il grande filtro della letteratura.

I maschietti, invece, sono un po’ bistrattati… Enrico, Arturo, Mattia, Cristiano e, in un certo senso, anche lo stesso Alessio, sono personaggi violenti, inconcludenti, gretti o disillusi che non fanno altro che appoggiarsi alle loro donne e combinare guai. Forse solo Nino, innamorato non corrisposto, suscita comprensione e tenerezza…

Non credo di aver bistrattato, come dici tu, i maschietti. Anzi, ho cercato di dare loro una voce facendo attenzione di aderire il più possibile alle loro vite forse in parte disperate, questo sì, ma allo stesso tempo sincere e oneste per quanto possibile ma soprattutto non “furbe” come quelle, per capirci, di chi cerca scappatoie e quadagni immediati come tanti uomini che si vedono oggi in tv. I miei personaggi maschili, mi viene da dire, sono degli anti-tronisti e come tali lavorano, cercano di costruirsi una famiglia e vivono, fino in fondo, tutta la loro limitatezza e le loro debolezze.

Com’è nata la storia? Avevi già un piano generale e preciso quando hai iniziato a scriverla? E quanto tempo hai impiegato?

Credo che i romanzi, nella testa degli scrittori, nascano da una struttura generale anche se solo abbozzata, inizialmente, e così è stato anche per me. Volevo raccontare la provincia italiana, la fabbrica e le vite di coloro che in questa fabbrica, l’acciaieria Lucchini, ci lavorano duramente. Molti dei miei amici là dentro ci lavorano ancora. E poi la storia di un’amicizia, quella tra Anna e Francesca. Da qui sono partita ma poi la storia si è fatta quasi da sola, è bastato andarle dietro. Forse tutte le storie che ci sono nei romanzi partono da quello che ti raccontano le persone con cui passi volentieri il tuo tempo.

Il successo è stato immediato e dirompente. Ne avevi avuto il sentore e ci hai subito puntato alla grande o la pubblicazione con la Rizzoli è stata una sorpresa?

E’ vero! Tutto però mi sarei aspettata eccetto quello che è accaduto. Ogni giorno è stato una sorpresa (la stessa pubblicazione con Rizzoli) ed è proprio per questo forse che mi sono anche molto divertita, ho conosciuto parti dell’Italia che prima non avevo mai visto e soprattutto ho incontrato e dialogato con tantissimi lettori che è sicuramente il momento più bello per chi scrive.

Com’è cambiata la tua vita? Progetti per il futuro?

Credo che adesso mi serva un po’ di tempo per capire come è cambiata la mia vita. Progetti per il futuro? Prendere qualche treno in meno e tornare a scrivere.

Un’ultima cosa… Che consiglio daresti ai i nostri amici esordienti?

Di abbassare la testa sul foglio bianco e di lavorare duramente, con costanza e molto esercizio. Io sono partita così, anche riempiendo i cestini di molta carta appallottolata.

Grazie ancora per la tua disponibilità e a presto!

Grazie a voi.

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