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Scrittori

James Patterson

a cura di Redazione i-LIBRI

I libri di James Patterson spaziano dal fantasy al romanzo verità . Il nuovo libro che Patterson ha scritto con Bill Clinton, La figlia del presidente (Longanesi), uscirà il 9 giugno.

La figlia del presidente (Longanesi) – Un thriller esplosivo, il nuovo successo annunciato del «dream team» Bill Clinton e James Patterson. Lee Child TUTTI I PRESIDENTI HANNO GLI INCUBI. QUESTO STA PER DIVENTARE REALTÀ La precisione dei dettagli garantita dall’ex presidente Bill Clinton, il ritmo e l’azione di James Patterson. Matthew Keating è un ex Navy Seal, ma soprattutto è l’ex presidente degli Stati Uniti, un uomo che ha sempre difeso il suo Paese con la stessa tenacia con cui ha protetto i suoi cari. Ora però è lui, sotto attacco. Un criminale psicopatico ha rapito la figlia adolescente di Keating, Melanie, trasformando la paura più profonda di ogni genitore in una questione di sicurezza nazionale. Mentre tutto il mondo segue la vicenda in tempo reale, Keating si imbarca in una missione speciale in cui il suo addestramento da Seal potrebbe rivelarsi più essenziale di tutto il potere, le amicizie e l’acume politico acquisito come presidente. Un’azione ad altissimo rischio che metterà alla prova i suoi punti di forza come leader, come guerriero e come padre. Il primo romanzo a quattro mani degli autori, Il presidente è scomparso, è stato in vetta alle classifiche del New York Times oltre che campione di vendite del 2018, con ottime recensioni dalla critica.

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James Patterson è lo scrittore vivente più letto al mondo: i suoi romanzi finora hanno venduto 400 milioni di copie; 84 di queste, in formato cartaceo ed e-book, solo nell’ultimo decennio, è l’autore più venduto al mondo. I dati (Nielsen Bookscan) suggeriscono che un thriller da classifica su sette l’ha scritto lui. Ed è campione di vendite pure per ragazzi (il 27 maggio esce Scuola media. Sorelle, disastri e rock’n’roll, Salani).
Ecco l’intervista rilasciata al Corriere della sera via telefono dal suo studio di Palm Beach, Florida, con vista oceano. Una zona di superricchi, per un autore di bestseller dalle umili origini. Vicino alla sua abitazione c’è la casa dove villeggiavano Lennon e Yoko Ono. Un po’ più distante, la casa di Epstein. James Patterson è sulla copertina di 7, in edicola e su digital edition da venerdì 30 aprile

Lei è nato e cresciuto a Newburgh, Stato di New York. Da piccolo scappava nel bosco a raccontarsi storie. Nasce lì il suo talento? «Vivevamo in un cottage, io girovagavo nel bosco raccontandomi storie, soprattutto di cowboys visti alla tv, ma degli altri. Da noi all’inizio non c’era la tv, le storie venivano dalla radio o dai miei nonni, erano molto abili a raccontare storie». Cosa le raccontavano?
«Le storie di una gang che ai loro tempi era in città. Nonna mi raccontava che “beh sì, una volta ho ballato con un gangster, è stato emozionante ma, sai, c’era già tuo nonno e si è infuriato; però alla fine sapevo di amare lui e quindi gli andava bene così”. Si sono amati da quando avevano 12 anni, sposati tre anni dopo, innamorati fino alla morte di mio nonno. E oltre».

In che senso oltre?
«Ero a New York, facevo il pubblicitario per J. Walter Thompson, e ricevo una telefonata da un poliziotto di Newburgh: era a casa di mia nonna. Ho pensato fosse morta, ma lui fa “la chiamo perché suo nonno è scomparso”, quindi dico “ok ok” e guido fino a Newburgh, da mia nonna, e le dico “andiamo a fare un giro in macchina”. Lei amava questi giri: da bambino, col nonno, facevamo grandi giri, a volte si mangiava fuori. La porto al cimitero sulla tomba del nonno e lei fa “ah sì, ecco dov’è” e ride forte. Riusciva a ridere della memoria poco buona».

Da studente per pagarsi gli studi ha prestato servizio all’ospedale psichiatrico McLean Hospital. Che esperienza è stata?
«Mi ha allargato gli orizzonti. Io venivo da Newburgh, piccola città provinciale. Durante quel lavoro, di notte, ho letto libri seri, Il tamburo di latta o Notre-Dame-des-Fleurs. E di giorno c’erano medici di Harvard e pazienti benestanti, acculturati, come il poeta Robert Lowell»

Cosa ricorda di lui?
«Era depresso, leggeva e spiegava le sue poesie in camera, era bello ascoltarlo mentre spiegava la sua poesia. C’era anche James Taylor, il cantante. Aveva l’abitudine di cantare al bar, era bravissimo e gratis, non era famoso. La canzone Fire and Rain parla di una ragazza che si è uccisa all’ospedale, sua amica».

Si è mai trovato in situazioni difficili con i pazienti?
«Una volta ero in canoa su un lago, con un ragazzo in cura, eravamo diventati amici. Perché il mio lavoro a volte era fisico, ma per lo più era parlare, guadagnarsi la fiducia. Mi guarda e dice “non credi sia strano e interessante che i dottori, nonostante le mie tendenze suicide, mi lascino uscire e andare al lago con te?”. Lo guardo, lui mi fissa e fa “James non lo farei mai a te”, intendendo che non si sarebbe ucciso perché eravamo amici».

Dall’ospedale all’agenzia pubblicitaria, prima di diventare scrittore a tempo pieno.
«La pubblicità mi ha reso consapevole del fatto che esiste un’audience: stai veramente scrivendo per qualcuno. Che immagino seduto davanti a me, mentre scrivo e voglio tenerlo seduto finché non ho finito. Non voglio annoiare».

Il segreto per non annoiare?
«Io cerco di creare personaggi interessanti inserendoli in situazioni drammatiche. Ogni capitolo deve portare sviluppo della trama e del personaggio. Quando riscrivo metto all’inizio di molti capitoli “Be There”, cioè metti te stesso sulla scena, vivila. Mantenere una distanza è giusto nel giornalismo, ma in un romanzo chi legge vuole essere proprio lì. Almeno, in genere».

La morte prematura di Jane, la sua compagna, l’ha spinta a non sprecare il tempo. A fare lo scrittore a tempo pieno.
«Fu una bellissima relazione. Sette anni, gli ultimi due di malattia, trascorsi in un cottage dei genitori davanti all’oceano, che lei amava. Le ultime estati le abbiamo trascorse lì. Quando il taxi mi riportava alla stazione, la guardavo dal finestrino mentre mi salutava sulla sedia a rotelle e diventava sempre più piccola, piccola, piccola. Ogni volta non sapevo se l’avrei rivista. L’ultimo giorno in ospedale le ho sussurrato “sono qui”, le ho tenuto la mano».

Preferisce scrivere fiction, finzione, o non fiction, storie vere? 
«Mi piace più la fiction, perché puoi inventare cose, ma poi devi motivare una scelta. Nella non fiction no, ma è dura, perché dovresti sapere perché qualcuno ha fatto qualcosa, perché ha confessato e così via».

In cosa scrivere per bambini o ragazzi cambia di più?
«Con i più piccoli c’è più libertà, puoi far parlare un cane senza problemi, ma l’attenzione è più fuggevole. Non bisogna appesantirli. Faccio un esempio con i film: se a un bambino a scuola fai vedere Ingmar Bergman, poi dirà “non mi piacciono i film”. E invece devi dargli una storia interessante, così che te ne chieda un altro, si abitua a leggere e poi arriverà a libri più seri».

In Italia uscirà La figlia del presidente (Longanesi), un nuovo libro scritto con Bill Clinton. Come vi siete conosciuti?
«Avevamo lo stesso avvocato… Siamo andati a colazione, poi a cena con le mogli. Siamo amici, giochiamo a golf. A Natale lui mi ha regalato il Monopoly per socialisti. Per compleanno, un contenitore per sigari. Vuoto. Sa che non fumo. L’ho chiamato e gli ho chiesto “dovrei metterci sigari di cioccolato o gomma da masticare?”. E lui: “Gomme da masticare, le tue mascelle han bisogno di allenamento».

Nel 2016 ha scritto un romanzo-verità su Epstein, Sporco ricco (Chiarelettere). Tre anni prima che venisse arrestato con clamore per traffico di minorenni.
«Era una storia sbalorditiva, c’erano centinaia di ragazze, e gli avevano dato solo un anno nel 2008! Ho investigato, poi scritto un libro di cui nessuno o quasi voleva parlare. Il caso è esploso nel 2019 perché l’avvocato di alcune donne cercava visibilità, una somma più alta per quelle donne, non c’è nulla di male eh… E perché indirettamente coinvolgeva Trump: il suo ministro Acosta all’epoca della condanna, davvero lieve, per Epstein, era procuratore federale in Florida».

Alla morte di Lennon ha dedicato il libro Gli ultimi giorni di John Lennon. Lei era a New York nel 1980. Ricordi?
«Vivevo a 8 isolati di distanza dal Dakota Building, durante la partita di football sentii che gli avevano sparato, sono uscito di casa e mi sono diretto, con migliaia di persone, verso casa di Lennon. Un paio di giorni dopo, a Central Park c’è stata una commemorazione di cui conservo una foto qui, nel mio ufficio, c’è un uomo con un cartello con la scritta “perché?”. Che strano: la casa dove sono adesso, è collegata ad un’altra, con un ponte. Era la casa di Lennon e Yoko Ono».

Uno dei suoi personaggi di maggior successo è il detective Alex Cross, interpretato al cinema da Morgan Freeman.
«Morgan l’ho incontrato sul set de Il collezionista dove ho scoperto che lo scrittore era meno importante dell’addetto al catering perché almeno l’addetto sanno chi è e perché è lì. Durante le riprese de Nella morsa del ragno siamo andati a cena a Washington io, mia moglie Sue, il produttore David Brown e Morgan. Dopo cena, sono arrivati il senatore Fred Thompson e Clint Eastwood. Beh, Morgan è alto più di 1,90, Eastwood forse qualcosina in più e Thompson oltre due metri: ci fissavano tutti. Un ragazzo si è avvicinato e ha chiesto un autografo, a me! Eastwood l’ha guardato e ha detto: “Ho decisamente bisogno di fare un film che sbanca”»Scuola media. Sorelle, disastri e rock’n’rolla esce da Salani il 27 maggio

Lei ha scritto decine di bestseller: c’è un libro cui tiene di più?
«Walk in my Combat Boots, sui veterani di guerra. L’ho scritto con Matt Eversmann, il vero sergente descritto nel film Black Hawk Down, in Somalia. Eversmann ha fatto la maggior parte delle interviste e io l’ho riassunte in cinque/sei pagine. Ci sono storie sbalorditive, come il riservista che ha fatto il dentista per Saddam Hussein, tre giorni per curargli un dente, che gli ha detto: “Hai presente le armi di distruzione di massa? Mi ero inventato tutto, questa storia avrebbe fatto impazzire l’America”. È il mio libro più importante».

Perché?
«Raccontare storie è indossare le scarpe degli altri. E qui racconto storie che neanche le famiglie conoscono: quando i veterani tornano a casa si sentono fuori dalla società, non parlano. Come i miei amici tornati dal Vietnam. O mio padre, che ha combattuto nella Seconda guerra mondiale in Inghilterra e Francia. Tornato a casa non ne parlò con nessuno…»

Leggi l’intervista integrale a questo link

Leggi le nostre recensioni ai romanzi di James Patterson cliccando sui titoli delle opere:

La cerimonia

Witch & Wizard – Il fuoco

Punto debole

Il maestro

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