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Scrittori

Le parole di Lilly per Goliarda Sapienza

a cura di Laura Monteleone

Le parole di Lilly per Goliarda Sapienza – È un privilegio aprire in trasmissione un piccolo spazio alla conoscenza di una delle maggiori autrici letterarie italiane del Novecento. Goliarda Sapienza. Attingendo agli articoli della sua biografa Giovanna Providenti, abbiamo tracciato un breve profilo di questa donna, tanto eclettica e appassionata. “Goliarda non esiste. Lei è l’esistenza”, dicevano di lei alcuni amici per descrivere la vera essenza di donna e di artista.

Goliarda nasce a Catania il 10 maggio 1024. I suoi genitori sono una nota sindacalista lombarda e un avvocato catanese dedito alle cause del popolo. Entrambi già anziani hanno alle spalle matrimoni precedenti e una decina di figli. Sono poco dediti alla cura dell’ultima nata, per cui Goliarda crescerà in un clima di grande autonomia. Anche scolastica, perché il padre non le farà frequentare la scuola pubblica per evitare che venga troppo in contatto con l’ideologia fascista. A sedici anni si iscrive all’accademia di arte drammatica a Roma, dove la famiglia si è trasferita. Il lavoro di attrice resta abbastanza secondario nella sua vita. Piuttosto diventa “cinematografara” come amava definirsi. Collabora attivamente con il regista Citto Maselli, suo compagno anche nella vita. Fortissimamente legati da una grande intesa, si lasceranno però dopo un ventennio rimanendo buoni amici. Anni dopo Goliarda sposerà lo scrittore e attore Angelo Pellegrino. Quest’ultimo si assume il compito di supportare Goliarda nella sua attività di scrittrice, revisionando e facendo anche pubblicare alcune opere che altrimenti sarebbero passate sotto silenzio. Goliarda inaugura la sua attività letteraria, improntata all’autobiografia, intorno ai quarant’anni e non la lascia più. Ma per mantenersi, specialmente durante gli ultimi anni della sua vita, dovrà diventare docente di recitazione presso il Centro sperimentale di cinematografia di Roma. Muore improvvisamente a Gaeta il 30 agosto del 1996.

Goliarda, attraverso una scrittura politica e intimista al tempo stesso, svela l’estrema problematicità dell’esistenza umana, ma anche la prospettiva di una vita migliore: se si osa contattare ogni parte di sé, senza escludere sofferenze, ambiguità, bugie, contraddizioni, paure, desideri e delitti, simbolici e reali.

E la sua vita non lesina né in dedizione di sé, né in problematicità. A partire dalle malattie gravi che la insidiarono a lungo, come la difterite e la TBC. Ai tentativi di suicidio (nel ‘62 e nel ’64), in seguito ai quali subisce una serie di elettroshock. Al furto di gioielli in casa di amiche, che la condurrà all’esperienza del carcere. Da tutti questi eventi nascono gli scritti maggiori (L’arte della gioia, Lettera aperta, L’università di Rebibbia, Le certezze del dubbio, Io, Jean Gabin, Il vizio di parlare con me stessa - ndr: cliccate sui titoli per visualizzare le schede dei libri), ma anche appunti minori quotidiani, poesie, opere teatrali, in parte ancora inedite.

Alle Parole di Lilly abbiamo voluto sfogliare le pagine di un libricino intenso e rappresentativo di Goliarda Sapienza e della sua voce, Elogio del Bar. Il libro raccoglie anche una bellissima prefazione di Angelo Pellegrino, che esordisce con parole suggestive: il bar fu sempre un luogo mitico per Goliarda, nel senso che fu costretta a mitizzarlo a lungo proprio per la sua mancanza….Goliarda non amava i cosiddetti caffè eleganti, peraltro piuttosto rari a Roma….in realtà amava qualcosa di molto minore, qualcosa che le ricordava i Thermopolia della sua Catania, due, tre tavolini al massimo, magari con l’aggiunta di un bancone stile american bar o pub con strapuntini dove appollaiarsi di fronte ai baristi. Era questa una categoria che letteralmente ammirava, dai più stilé ai più rozzi, che spesso potevano essere anche i padroni stessi, e da loro amava informarsi su mille cose, creando una confidenza che solo lei sapeva gestire, e che avrebbe fatto impressione a un normale borghese.

Come ci testimonia il marito, raramente scrisse in un bar, tranne alla Triestina di Gaeta. Un locale che per Goliarda era come un’oasi nel deserto, un’oasi anche notturna. Si potevano comprare le sigarette, bere il bicchiere della staffa e mangiare qualcosa…alla Triestina approdavano gli ultimi disperati nottambuli…era con questi che spesso la trovavo immersa in estenuanti conversazioni da cui a volte non sapeva più come uscirne. Goliarda faceva suo il pensiero attribuito a Rubinstein: preferisco passare la notte con un assassino piuttosto che con un noioso…..la Triestina, negli ultimi tempi, era diventata la sua casa, incontrava lì tutto quello che si poteva incontrare a Gaeta. In estate, da lì, dopo aver fatto la spesa nel vicolo, comprato il pesce e riempito qualche taccuino, poteva raggiungere il mare dove a conversare non pensava più. Di fronte al mare Goliarda taceva per ore. Il bar non c’era più.

Entrando nel vivo della narrazione, questa volta lasciamo parlare in prima persona di Goliarda Sapienza. Quasi tutte le mattine, che possono allungarsi fin verso le due le tre, non le mattine classiche da orologio, comprendono una sosta al bar.

Una mattina compro il pesce e le zucchine, perché non c’è nulla in casa. Il vecchietto che mi vende il pesce è proprio uno gnomo nordico con lo sguardo chiaro, come mangiato dal sole, vivissimo e dolcemente maligno…..devo stirare tre camicie. Ora sono al bar a fare colazione e appunto piccole cose giornaliere. …ho passato molte ore a scrivere al mio bar di Gaeta, la Triestina. Il resto della giornata, a casa, sarà dedicato a mettere ordine…

Mi sveglio presto, finalmente. Il mattino a Gaeta è bellissimo. Ciondolo nella cucina: il mattino è bello proprio quando si può ciondolare intorno a un caffè e due sigarette. Faccio colazione con sola frutta, poi vado al mare anche se ci sono un po’ di nuvole. Non c’è nessuno, come ai vecchi tempi, e i colori dei fiori col nuvolo si accendono elettrici. Sembra che tra gli scogli vaghino gli spiriti. Nel tragitto verso il bar mi compro le scarpette di pezza per gli scogli.

La forza e il fascino di queste poche righe già tradiscono la bellezza e lo spessore della scrittura di Goliarda. Una grandezza modesta. E questo aggettivo, che diventa il nome della protagonista de L’arte della gioia, la dice lunga sulla vita fisica e letteraria della nostra autrice. L’invito è quello di accostarsi con curiosità e passione alla lettura di questa donna immensa, che ha attraversato, si potrebbe dire da protagonista silenziosa, un secolo cruciale della storia umana. Senza mai stancarsi di osservare, di raccontare criticamente, di agire.

L’immagine che ne dà chi l’ha incontrata negli ultimi anni della sua vita è quella di una donna cortese, indaffarata, buffa anche, discreta, sempre presa dalla scrittura, col suo “studio ambulante” che portava con sé in una borsa di lana.

 

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