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Scrittori

Olimpio Talarico: “L’assenza che volevo”

a cura di Serena Vissani

Riportiamo qui di seguito l’intervista ad Olimpio Talarico, autore de “L’assenza che volevo” avvenuta il 22 giugno 2013 durante la presentazione del romanzo a Piobbico (PU), presso il castello Brancaleoni. Un esperienza sicuramente suggestiva ed interessantissima, in un’atmosfera tutta rinascimentale, dove musica e letteratura hanno trovato un connubio tutto nuovo. Si ringrazia di nuovo l’autore per l’occasione e il comune di Piobbico per aver concesso quanto di meglio aveva da offrire come palco per questa suggestiva serata.

1) Per incominciare vorrei chiederti una riflessione sul paradosso espresso dal titolo stesso del romanzo: l’assenza e la volontà. Il vuoto presuppone l’immobilità, la mancanza: ha una connotazione in sé negativa; la volontà, invece, può considerarsi il suo esatto opposto. Azione, decisione… in qualunque accezione la si voglia considerare, essa può indicare un pieno, o meglio, una presenza. La coscienza di un uomo che si sente tale. Qual è allora la spiegazione di un scelta che implica il vuoto, il nulla?

Il paradosso del titolo, contro il quale il lettore va subito a impattare, in realtà altro non è che la condizione esistenziale che molti uomini e molte donne oggi vivono in Italia e soprattutto nella mia terra, la Calabria. Bisogna attribuire al termine assenza una valenza positiva. Credo fermamente che sia la mancanza a formare le persone e soprattutto i territori. Bisogna partire da una condizione di deficienza per poter compiere un viaggio di crescita. I personaggi de “L’assenza che volevo” sono attraversati da questo fil rouge e a loro i lettori si sono legati passionalmente perché vivono la vita non partendo da quello che hanno, ma organizzando la loro esistenza intorno a un’assenza. E la stessa Calabria, qualora volesse mettere in atto un processo di “purificazione”, dovrà partire dall’accettazione e dall’analisi di ciò che le manca. L’assenza non è un vuoto immobile, ma un vuoto che fa rumore e che vuole e deve essere riempito.

2) Rilevante è la presenza della letteratura: non è possibile eludere la lunga citazione leopardiana tratto dal Dialogo della natura e di un islandese”. Certo, testo adeguato e conforme al contesto: Giulia, il personaggio che vi si trova alle prese, è all’ultimo anno di liceo e Leopardi è parte centrale del programma di letteratura. Ma evidentemente, la citazione non si limita a questo: l’indifferenza della natura permette di stabile un parallelo con il rapporto della ragazza con suo padre. E questo non è il solo momento in cui la letteratura tira le fila dello spettacolo: che essa possa considerarsi come un’arma di difesa per i protagonisti che in essa si rifugiano?

Anche nei miei precedenti scritti mi sono soffermato molto sulle mancanze all’interno dei rapporti familiari. Di fatto, tutti i personaggi del romanzo vivono un’assenza affettiva, una mancanza che segna fortemente il corso degli eventi. La letteratura diventa quasi una forma di difesa, forse di risarcimento. Giulia non ha la forza di accusare direttamente il padre, lo fa in maniera differita, attraverso un’operetta morale di Giacomo Leopardi. E anche Luca si nasconde dietro i versi di Dino Campana, Ignazio Buttitta per esprimere se stesso, in un mondo che tende a emarginare chi sente la vita “senza pelle”. D’altronde i poeti sono coloro che nelle loro opere hanno da sempre espresso attraverso figure retoriche il loro disagio e la loro denuncia.

3) Passiamo ora al filone poliziesco che, seppur in modo secondario, attraversa il romanzo. Molto deve alla tradizione precedente, a me personalmente alcuni tratti hanno ricordato Il giorno della civetta di Leonardo Sciascia. In altri momenti invece, il contrasto tra l’agente umbro e la popolazione autoctona serve per evidenziare ancora di più una forma mentis che riga dopo riga ha preso forma. E che ruolo ha la madre di Tommo, la signora Rosa, in questo quadro-descrizione della società calabrese? E in che modo si oppone alla forza della ragione, incarnata dall’indagine poliziesca?

Ti ringrazio molto per il paragone con Leonardo Sciascia e “Il giorno della civetta”, ma il maresciallo Avola credo sia nato dall’osservazione diretta della realtà calabrese e soprattutto caccurese (Caccuri è il mio paese) dove da sempre le forze dell’ordine, provenienti da “fuori”, hanno incontrato difficoltà a recepire una realtà, è vero dura, ma tenera e bisognosa di aiuto. La signora Rosa vive la netta separazione che tutte le donne vivono, soprattutto quelle meridionali, fra l’amore verso il proprio uomo e l’amore verso i figli. E in Rosa questo scontro scoppia in maniera silenziosamente violenta (mi scuso per l’ennesimo ossimoro) che apparentemente sembra un’opposizione alla forza della ragione, rappresentata dall’indagine poliziesca. In realtà il suo atteggiamento non è altro che un disperato tentativo di riappacificare all’interno della sua anima le colpe dei suoi uomini.

4) Ora il rapporto tra modernità e tradizione: nel capitolo 33 si fa un breve accenno al passato del popolo calabrese, ovvero al legame che si instaura tra le abitudini locali e le grandi civiltà che hanno posto le loro sedi in Calabria, compresi i Savoia: questo passato che filtra per osmosi nel sangue della popolazione quale ruolo gioca nella lotta contro la modernità, contro l’omologazione?

Fai sicuramente riferimento al capitolo in cui si parla del santuario di Polsi e delle sue tradizioni che agli occhi moderni dei giovani appaiono come un’accozzaglia di tradizioni barbariche e comunque prive di senso. Ogni terra è, invece, il frutto di una stratificazione etnica avvenuta nel corso di secoli. I calabresi sono la somma di popoli e razze che sul nostro territorio si sono succeduti nel corso della storia. È chiaro che un popolo si identifica per il rapporto che ha con la proprio storia, ma è anche innegabile che soprattutto la mia regione deve allontanarsi da tradizioni che legano i suoi uomini a consuetudini spesso vincolanti e castranti.

 

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